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Pescara, 10/04/2026
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Data: 04/12/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
Stretta Irpef sopra i 75 mila euro nessun aumento sui redditi inferiori

Sale di due-tre punti l'aliquota del 43%, ma si tratta ancora

ROMA Irpef sì, Irpef no. Si gioca anche intorno alla stretta fiscale sui redditi alti la partita politica della manovra. La mediazione finale potrebbe essere definita oggi, nelle ore che precedono il Consiglio dei ministri; l'ipotesi tecnica più accreditata è quella che prevede l'innalzamento, di due o più probabilmente tre punti, della sola aliquota massima del 43 per cento, quella che colpisce i redditi superiori ai 75.000 euro l'anno. Ma si valuta la possibilità di evitare anche questo aggravio, e quindi di escludere completamente l'Irpef dalla manovra, qualora i saldi finali della manovra possano essere garantiti da risparmi di spesa.
Nella giornata di ieri è stata presa in considerazione un'altra possibilità: quella di un inasprimento anche sulla penultima aliquota (oggi al 41 per cento sullo scaglione tra i 55.000 e i 75.000 euro) compensato però da un ampliamento delle detrazioni per carichi familiari: in questo modo il prelievo per i contribuenti in questa fascia di reddito, ma con figli a carico, rimarrebbe tendenzialmente invariato, mentre aumenterebbe per gli altri. Ma ora questa ipotesi pare tramontata.
Le perplessità su una stretta Irpef sono essenzialmente di due tipi. Da una parte c'è la considerazione che un reddito anche di 70-80 mila euro, che rientra quindi nella quinta aliquota, è statisticamente medio-alto ma non elevatissimo; soprattutto se è l'unico all'interno di una famiglia. Ma c'è anche un altro elemento: data l'alta incidenza dell'evasione nel nostro Paese, colpire questi redditi vuol dire inasprire il prelievo su chi le tasse già le paga.
Proprio ieri un rapporto del Lef, associazione per la legalità e l'equità fiscale, fotografa l'andamento dell'Irpef tra il 2003 e il 2009. Il dato più rilevante è che circa l'82 per cento del reddito su cui è applicata l'imposta proviene da lavoro dipendente (53,2 per cento) o da pensione (28,5), mentre complessivamente l'incidenza del lavoro autonomo e della piccola impresa è intorno all'8 per cento. E questa prevalenza del reddito da lavoro dipendente - impossibilitato a sfuggire al fisco - si riscontra anche negli scaglioni medio-alti, proprio quelli interessati da un possibile aumento.
L'effetto finanziario della mossa allo studio del governo sarebbe in ogni caso non gigantesco: nell'ipotesi di un intervento su due aliquote avrebbe fruttato 1,1 miliardi, coinvolgendo circa un milione e mezzo di contribuenti. Il maggior gettito risulterebbe ancora più contenuto, nell'ordine delle centinaia di milioni, nell'ipotesi di un ritocco della sola ultima aliquota.
Va anche ricordato che per i dipendenti pubblici e i pensionati è già in atto un prelievo al di sopra dei 90.000 euro, non per via fiscale ma sotto forma di decurtazione dello stipendio o dell'assegno: questa penalizzazione sarebbe ora assorbita nell'aumento Irpef.
Resta invece in sospeso il ricorso ad un incremento dell'Iva. Questa voce non sarebbe compresa nella manovra in quanto tale, ma lasciata a copertura della delega fiscale: infatti in base alla manovra estiva voluta dal precedente esecutivo qualora il riordino di previdenza ed assistenza non avesse garantito 4 miliardi per il 2012, sarebbe scattato il taglio lineare delle detrazioni fiscali, comprese quelle per la famiglia. Lo stesso Tremonti aveva però previsto la possibilità di ricorrere in alternativa a un aumento dell'Iva o delle accise. Possibilità che ora viene confermata e che dovrà essere verificata nel corso dell'anno.

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