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Pescara, 10/04/2026
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Data: 04/12/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
«Senza interventi a rischio gli stipendi pubblici» La linea dura del professore: siamo qui per evitare il fallimento. In Parlamento avanti a colpi di fiducia

Il quasi è necessario in quanto «il professore non negozia», come dice uno suo stretto collaboratore, «ma ascolta e riflette». Tant'è che a sera, dopo le perplessità manifestate da Pdl, Pd e Terzo Polo, è sparito l'aumento dell'aliquota Irpef del 41% e ha cominciato a vacillare lo scatto di quella del 43% per i redditi sopra i 75mila euro. Lo stesso vale per il Pd e la sua richiesta di caccia agli evasori: il professore non esclude qualche correzione all'ultimo minuto.
Di fronte alle obiezioni, però, Monti si è mostrato molto determinato. E ha fatto un discorsetto che è suonato più o meno così: «Forse non è stata compresa bene la situazione. Se domani l'Unione europea non vedrà delle misure solide ed efficaci, saremo travolti. Se non troviamo subito soldi freschi per ripianare il deficit, l'Italia fallirà e con noi fallirà l'euro. Ebbene, io non intendo assumermi questa responsabilità». Insomma: «Bisogna agire prima che sia troppo tardi e io sono pronto ad assumermi la mia dose di impopolarità».
L'avvertimento del professore ha lasciato di stucco soprattutto Angelino Alfano, Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto. Forse perché è stato con loro che Monti si è mostrato «più franco». Qualcuno racconta che il professore, abbia lanciato un «allarme serio»: «La situazione è talmente grave che potrei dire che abbiamo davanti a noi solo pochi mesi di vita. Tra qualche tempo potremmo, se non interveniamo con queste misure difficili e impopolari, non riuscire a pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici». E ancora: «Se ci avete chiamato qua è per fare ciò che serve per evitare il fallimento. Non per restare con le mani in mano, altrimenti saremmo restati tutti a casa e saremmo tutti molto più comodi...». Chiara l'allusione al tour de force che vede Monti, insieme a Corrado Passera, Elsa Fornero, Piero Giarda, Antonio Catricalà, a lavoro dal mattino presto a tarda notte.
Più morbido il premier si è mostrato in vista delle tappe successive: «Questa parte della manovra non può essere oggetto di trattativa, ma garantisco che mi mostrerò più flessibile sulla questione della maggiore flessibilità del mercato del lavoro». La famosa riforma dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, con la possibilità per le imprese di licenziare in caso di difficoltà economiche.
Il format degli incontri con le delegazioni di Terzo Polo, Pdl e Pd è stato lo stesso. Con l'eccezione dell'assenza del ministro del Lavoro, Fornero, in occasione del vertice con Pier Ferdinando Casini, Francesco Rutelli e Benedetto Della Vedova. Il leader centrista ha mosso obiezioni sull'innalzamento dell'aliquota più alta dell'Irpef: deprimerebbe i consumi e colpirebbe chi già paga le tasse. E ha chiesto l'impegno a non effettuare il taglio lineare delle detrazioni fiscali per le famiglie. Ma visto che il governo Monti è essenzialmente «il nostro governo», il Terzo Polo ha affrontato con il premier il nodo del percorso parlamentare del decreto e del disegno di legge collegato. Per arrivare a una conclusione condivisa dal premier: «Sarà praticamente impossibile non procedere a colpi di fiducia». Spiegazione: l'esecutivo di Berlusconi è andato avanti con le mozioni di fiducia pur avendo una maggioranza omogenea (o quasi), «figurarsi un governo che si regge su una maggioranza del tutto inedita e anomala».
Ben più sostanzioso il pacchetto di richieste illustrato da Alfano. Il Pdl, nei 150 minuti di incontro dalla mezza alle due e mezza («neanche un panino, solo caffè e una spremuta d'arancia»), ha chiesto «cautela» sulle liberalizzazioni e sull'aumento dell'Irpef. E su mandato di Silvio Berlusconi ha ripetuto il no alla patrimoniale e un'Ici pesante. Monti ha ascoltato. Preso appunti. «Grazie, ne terrò conto». Più intenso e ruvido l'incontro alle nove di sera con la delegazione del Pd composta da Pier Luigi Bersani, Anna Finocchiaro e Dario Franceschini. Il segretario democrat ha chiesto la patrimoniale e sollecitato un attacco ad alzo zero contro gli evasori. Monti non ha chiuso la porta, ma non ha fatto neppure promesse. Soprattutto ha capito che è meglio chiudere il prima possibile per evitare di cadere nel vortice della trattativa. Da qui l'idea di anticipare a oggi il varo della manovra.

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