ROMA La vera rivoluzione della nuova riforma della previdenza varata dal governo è la semplificazione del sistema. Via i «bizantinismi», come li ha chiamati il ministro del Lavoro Elsa Fornero. Quindi via le finestre di uscita (12 mesi per i dipendenti e 18 per gli autonomi): la pensione arriverà un mese dopo la richiesta. Via il sistema complicato delle quote che, combinando contributi versati e età minima, cercava comunque di alzare l'asticella per il ritiro anticipato. Contributivo pro-rata per tutti: chi è entrato sul mercato del lavoro dopo il 1995 è già pienamente nel contributivo; chi invece ha cominciato prima, conserverà il vecchio sistema retributivo fino al 31 dicembre di quest'anno ma passerà al contributivo dal 1° gennaio 2012 in poi. Due soli regimi e non tre, come prima. La vera batosta, per chi era abituato a ragionare in termini di «anzianità» ovvero di pensione agganciata ai contributi ma svincolata dall'età, cosa che ci rendeva unici in Europa, è che questo tipo di pensione non esisterà più. Sarà impossibile andare in pensione prima dei 62 anni (per chi ha il contributivo pro-rata) senza subire una penalizzazione; o prima dei 63 anni (per chi ha il contributivo pieno) senza avere un minimo di 20 anni di versamenti.
E quindi è bene cominciare a fare i conti con questa nuova realtà. La pensione d'anzianità vecchia maniera rimane solo per chi matura i requisiti entro il 31 dicembre 2011. Dopo, esiste la possibilità di anticipare l'uscita ma bisogna avere almeno 41 anni e 1 mese di contributi per le donne e 42 anni e 1 mese per gli uomini. Nel 2013 i requisiti si alzano di un mese, nel 2014 di un altro mese. Quindi si arriverà a 41 anni e 3 mesi per le donne, 42 anni e 3 mesi per gli uomini. Anche questa soglia, come le altre relative all'età, è indicizzata all'aspettativa di vita che, dal 2013, adeguerà tutti i requisiti previdenziali alla longevità. In sostanza, quindi, nel futuro non basteranno più né 41 né 42 anni per anticipare la pensione. Ma guardiamo all'oggi e al periodo transitorio verso il sistema a capitalizzazione pieno per tutti. Il requisito contributivo non sarà l'unico faro. Infatti, chi rientra nel pro-rata e avrà raggiunto la soglia dei 41-42 anni di contributi, pagherà comunque una penalizzazione del 2% (a valere sulla parte retributiva della pensione) per ogni anno d'anticipo rispetto alla soglia minima di 62 anni richiesta a tutti, donne e uomini. Nel sistema a regime, invece, il diritto alla pensione anticipata si acquisirà dopo aver compiuto i 63 anni di età. Bisognerà avere almeno 20 anni di contributi versati che daranno diritto ad una pensione (indicizzata) non inferiore a 2,8 volte l'assegno sociale. Quindi dignitosa.
Un'altra novità importante da segnalare riguarda le pensioni di vecchiaia. Nel settore privato, l'età da gennaio passa a 62 anni per le dipendenti e 63 anni e 6 mesi per le autonome. L'avvicinamento alla soglia dei 66 anni, prevista per gli uomini, arriverà nel 2018. Nel frattempo, però, il pensionamento sarà flessibile tra i 62 e i 70 anni. Prima dei 62 anni, si verrà penalizzati come abbiamo visto. Fino a 70 anni invece si verrà premiati: i coefficienti di trasformazione saranno infatti calcolati fino all'età più alta. Insomma, non andranno perduti.
Per i dipendenti pubblici le soglie di età sono diverse. Infatti la fascia di flessibilità è prevista tra i 66 anni (età che scatta da gennaio per la vecchiaia) e i 70. Dal 2013 scatterà per tutti, dipendenti privati e pubblici, uomini e donne, l'aumento di tre mesi dell'età di vecchiaia già previsto per l'adeguamento alla speranza di vita.
Un'ultima parola per le gestioni private diverse dall'Inps. I fondi dei professionisti dovranno rifare i conti e garantire (entro marzo 2012) l'equilibrio di entrate e prestazioni nell'orizzonte dei prossimi 50 anni.