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Data: 06/12/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
Il Decreto salva Italia (Le pensioni) - Paga di più chi ha circa 60 anni, per poche settimane sfuma l'uscita

Riservato un lasciapassare per i 50 mila lavoratori in mobilità

ROMA Ogni riforma della previdenza ha le sue vittime: lavoratori che pensavano di essere a pochi mesi dalla pensione e si ritrovano invece con il traguardo spostato in avanti anche di anni. Stavolta per gli interessati la sorpresa è ancora più amara perché con la sostanziale cancellazione dei trattamenti di anzianità il salto per i lavoratori maschi può arrivare anche a cinque anni. Ed è quindi ancora più stridente il contrasto con la situazione di chi, magari solo per qualche settimana di differenza sull'età o sui versamenti contributivi, riuscirà invece a salvarsi.
La frontiera corre tra il 1951 e il 1952, ma non solo. I nati in quest'ultimo anno ne avrebbero compiuti 60 nel 2012, con la possibilità di raggiungere in base alle vecchie regole quota 96 disponendo di adeguata anzianità contributiva. Ora questa possibilità sfuma. Ma anche chi è nato nel 1951 non è al sicuro. Consideriamo due operai che abbiano iniziato a lavorare insieme, nel luglio del 1976, proseguendo ininterrottamente fino ad oggi. Sono nati entrambi nello stesso anno, il 1951, uno però a maggio, l'altro a luglio. Il primo sommando poco più di 60 anni e mezzo di età e poco meno di 35 e mezzo di contributi riuscirà ad acciuffare la quota 96 a dicembre. Il secondo per pochi giorni non ce la farà, e ricadrà nelle nuove norme in vigore dal 2012. Di fatto dovrà attendere l'età di vecchiaia, che incorpora anche l'anno aggiuntivo previsto dal vecchio meccanismo delle finestre e l'ulteriore allungamento dovuto all'evoluzione demografica; e dunque uscirà solo nel 2018, a cinque anni di distanza dal collega. Né lo aiuterà il fatto che nel 2016 raggiunge i 40 anni di carriera, perché per guadagnare la pensione attraverso questo canale ne serviranno oltre 42.
Naturalmente le novità toccheranno, pur se con un impatto minore, anche coloro che avendo più di 60 anni ma meno dell'età della vecchiaia avrebbero maturato i 35 anni di contributi dal 2012. Il rinvio dell'uscita potrà essere minore ma comunque sarà consistente. Al di là dei casi singoli però, c'è un problema di fondo che accompagnerà l'applicazione della riforma. Molto semplicemente, non tutte le imprese avranno la disponibilità a tenere i lavoratori fino a 66-67 anni. E questo è particolarmente vero in un periodo di crisi ancora acuta. Ne è consapevole il governo che nel testo ha riservato 50 mila lasciapassare per i lavoratori in mobilità in base ad accordi sindacali stipulati entro il 31 ottobre di quest'anno. Per loro, che facevano conto su una data certa per l'uscita dal mondo del lavoro, varranno le vecchie regole; ma toccherà all'Inps fare la cernita delle domande fino all'esaurimento dei posti disponibili.
I precedenti non sono incoraggianti: con la riforma del 2010, quella che introduceva proprio le cosiddette finestre mobili ora cancellate, era stata prevista un'analoga esenzione per 10 mila lavoratori ma il limite è stato ampiamente sfondato ed in seguito è stato necessario un decreto ad hoc per prolungare il trattamento di mobilità ai lavoratori che altrimenti - a causa delle nuove regole più severe - si sarebbero ritrovati senza stipendio e senza pensione.
Appena meno drastico ma ugualmente rilevante sarà l'impatto dell'innalzamento dell'età di vecchiaia per le lavoratrici del settore privato. Quelle che compiono 60 anni nel 2012 avrebbero potuto conseguire il diritto alla pensione, con l'unico vincolo di dover attendere un anno (o un anno e mezzo per le autonome). Ora invece il requisito sale a 62 (inclusa la finestra) e crescerà ancora di un anno e mezzo nel 2014: le nate nei primi mesi dell'anno potranno lasciare il lavoro nel 2015, altrimenti c'è il rischio di scivolare fino al 2017.

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