ROMA Sulle Province ora si fa sul serio. Questa volta, con la manovra appena varata dal governo Monti, le 107 amministrazioni provinciali italiane potrebbero essere chiuse fra appena 130 giorni. La dead line è fissata al 30 aprile 2012. Entro questa data le Regioni dovranno stabilire quali funzioni attualmente gestite dalle Province dovranno essere attribuite ai Comuni e quali assegnare a se stesse. E se non lo faranno ci penserà lo Stato. Fine.
Il più grande attacco mai portato al potentissino partito trasversale degli assessori (quelli provinciali sono un esercito di 800 unità peraltro in diminuzione per via di un precedente decreto) è contenuto in una scarna paginetta della manovra che ha l'esplicito obiettivo di chiudere centinaia di carriere politiche con un solo rigo. Eccolo l'affilato comma 20 dell'articolo 23: «Con legge dello Stato è stabilito il termine decorso il quale gli organi in carica delle Province decadono». Questo vuol dire che verranno «licenziati» anche consiglieri, assessori e presidenti regolarmente eletti. Fine.
La norma parla chiaro anche se bisognerà vedere se la Corte Costituzionale la farà passare. I 61 mila dipendenti delle amministrazioni provinciali non hanno nulla da temere perché passeranno a Comuni e Regioni. Mentre la testa politica delle amministrazioni verrà spazzata via attraverso un escamotage giuridico che trasforma le Province da strutture politiche in organismi di coordinamento tecnico guidati da 10 consiglieri nominati dai Comuni. Questi 10 consiglieri a loro volta eleggono un presidente. Il governo ha imboccato questa strada per aggirare la norma Costituzionale che, assegnando ai Comuni il potere di modificare lo status politico delle Province, finora ha protetto queste ultime dagli ormai innumerevoli tentativi di abolizione.
Arrivato a ciel sereno (i commi sulle Province sono stati inseriti all'ultimo secondo nella bozza della manovra e non sono stati anticipati da nessuna indiscrezione) il fulmine dell'abolizione delle Province sembra aver colto di sorpresa la classe politica provinciale. Ieri a Roma si è svolta una rovente assemblea dell'Upi, l'Unione delle Province Italiane, durante la quale un gruppetto di amministratori siciliani si è spinto fino a fischiare il testo di saluto inviato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e a contestare l'intervento del presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti. Il presidente dell'Upi, Giuseppe Castiglione, presidente della Provincia di Catania ed esponente del Pdl, ha attaccato duramente il governo,ha parlato di «incostituzionalità dell'operazione» e ha ribadito che le Province non rappresentano certo la Casta. Anche Zingaretti, sia pure con toni più sfumati, ha detto che il governo sta sbagliando.
Secondo l'Upi l'eliminazione delle 107 amministrazioni provinciali non porterà grandi benefici alle casse dello Stato. Per Castiglione l'intero costo della classe politica provinciale, presidenti, assessori e consiglieri, non supera i 30 milioni di euro annui.
Nei mesi scorsi uno studio della stessa Upi aveva fornito le seguenti cifre: compensi complessivi per giunte e consiglieri pari a 113 milioni di euro mentre l'intero fatturato del sistema provinciale (appalti, sptipendi del personale, etc. etc.) ammonterebbe a non più di 12 miliardi di euro. Effettivamente si tratta di cifre risibili. Le Regioni, ad esempio, spendono la bellezza di 174 miliardi. E per le sole pensioni nel 2010 si sono spesi 240 miliardi di euro.
Tuttavia, anche se le Province sono residuali e maneggiano poco più che spiccioli, anche in un recente studio della Banca d'Italia e persino nella famosissima lettera inviata dalla Bce al governo italiano all'inizio di agosto, se ne chiede l'abolizione in tempi brevi. Perché? Secondo molti economisti gestire il territorio tramite 5 livelli amministrativi (ministeri, regioni, province, comuni, comunità montane o consorzi) è inutilmente complicato. Inoltre,almeno un terzo delle Province spendono per il personale più del 40% delle loro entrate. Insomma, sono strutture clientelari. Senza considerare la presenza di amministrazioni provinciali anche nelle grandi città dove ha relativamente poco senso la loro missione principale: la cura delle strade provinciali.