ROMA Lavorare fino a 70 anni. Quella che oggi è una prerogativa di poche categorie di elite, magistrati, alti funzionari dello Stato o professori universitari, potrebbe diventare in futuro una scelta - o una necessità - per una buona parte della popolazione. Per loro natura, le riforme previdenziali devono guardare avanti, ai decenni che vengono dopo: ma i numeri messi in fila dal governo nella relazione tecnica al decreto salva-Italia colpiscono, perché disegnano un mondo del lavoro molto diverso da quello al quale siamo abituati.
L'età per la pensione di vecchiaia ordinaria, che per lungo tempo è stata fissata a 65 anni per gli uomini e 60 per le donne, è destinata ad aumentare per entrambi i sessi fino a 69 anni e 9 mesi nel 2050. Le cifre sono stime provvisorie (quelle effettive dovranno essere definite nel corso degli anni in base ai reali andamenti demografici) ma il percorso è abbastanza chiaro: le età di uscita subiscono subito un brusco innalzamento grazie alla sostanziale cancellazione delle pensioni di anzianità, e proseguiranno poi a crescere grazie al meccanismo automatico dell'adeguamento all'aspettativa di vita.
Nel frattempo, avrà iniziato a far sentire i suoi effetti il metodo di calcolo contributivo, applicato anche ai lavoratori relativamente più anziani. La perdita media sulla pensione, rispetto a quella determinata con il retributivo, è crescente nel tempo, perché man mano la quota contributiva inciderà di più. Per chi lascia il lavoro a inizio 2013, si conteggia una decurtazione dello 0,8 per cento, destinata a crescere al 2 per cento nel 2015 e poi al 3,2 nel 2017 e al 4 nel 2018. Il danno è comunque limitato dal fatto che il contributivo fa fruttare anche gli anni lavorati dopo il quarantesimo, che vanno invece persi con il retributivo. In ogni caso l'adozione di questo meccanismo di calcolo rappresenta un implicito incentivo a restare attivi più a lungo, per migliorare il reddito futuro.
Secondo il nuovo schema, lavorare dovrebbe essere la normalità per chi ha 60-65 anni, a differenza di quanto accade oggi; e la tendenza sarà ad arrivare in prossimità dei 70. Un tendenza in qualche modo forzata, imposta dai mutamenti demografici e dagli equilibri di bilancio. Ma la riforma appena approvata dal governo si pone anche il problema di accompagnare e incentivare il necessario cambiamento di mentalità. Lo fa da una parte prevedendo per coloro che hanno iniziato a lavorare dal 1996 in poi - e dunque ricadono in pieno nel sistema contributivo - una possibilità alternativa, quella del pensionamento flessibile a partire dai 63 anni, ma anche premiando già in tempi ravvicinati la disponibilità a lavorare fino ai 70.
Il testo prevede infatti che a partire dal 2013 i coefficienti di trasformazione con i quali sono determinate le pensione contributive siano calcolati anche per età fino a 70 anni (oggi arrivano a 65). In poche parole, si tratta di rendere più pesante l'assegno di chi ritarda l'accesso alla pensione. Nel contributivo l'importo della pensione dipende dai versamenti accumulati durante tutta la vita, capitalizzati in base all'andamento dell'economia: il tesoretto così ottenuto viene poi trasformato in rate di pensione, in base alla presumibile aspettativa di vita dell'interessato. Qui entrano in gioco i coefficienti: più è avanzata l'età del ritiro, più gli importi sono sostanziosi. Dunque determinando i coefficienti per le età fino a 70 anni, si fa in modo che anche questi ulteriori anni di lavoro vadano a migliorare il trattamento futuro.
In ogni caso la variabile demografica acquisterà nei prossimi anni un'importanza sempre maggiore, sia relativamente all'importo della pensione, sia all'età necessaria per ottenerla. In questa logica il ministero del Lavoro ha deciso di coordinare le verifiche che riguardano questi due aspetti, requisiti anagrafici e coefficienti di trasformazione, aumentandone anche la frequenza: dal 2019 in poi gli aggiornamenti avranno cadenza biennale invece che triennale, in modo che il presumibile allungamento della vita media abbia un effetto sempre più diretto sulle regole previdenziali.