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Pescara, 10/04/2026
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Data: 09/12/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
Il Decreto salva Italia (Le pensioni) - Per le donne regole unificate ma con qualche scappatoia. Limite più basso per l'uscita anticipata, resta l'opzione contributivo (Il calcolo della pensione - guarda)

ROMA Il 2018 sarà l'anno in cui le lavoratrici italiane raggiungeranno la definitiva parità con gli uomini in un campo in cui, probabilmente, non avrebbero aspirato a un trattamento così uniforme: quello delle regole per la pensione. Da quell'anno infatti tutti i lavoratori potranno accedere al trattamento di vecchiaia alla stessa età, 66 anni e 7 mesi. Come si arriva a questo valore? Al requisito di 66 anni fissato dalla riforma, al quale nel frattempo anche le donne del settore privato saranno arrivate a tappe rapide, vanno aggiunti gli ulteriori mesi derivanti dal prevedibile incremento della speranza di vita, i cui effetti inizieranno ad essere recepiti dal 2013. Le lavoratrici pubbliche invece già dal prossimo anno sono già vincolate alle stesse regole dei colleghi maschi, e dunque potranno uscire solo al compimento dei 66 anni.
Il processo di aumento dell'età di vecchiaia continuerà con una progressione, attualmente stimata ma in seguito verificabile sulla base dei reali andamenti demografici, che dovrebbe portare uomini e donne alla soglia dei 70 anni per il 2050.
In realtà però il genere femminile conserva qualche piccolo vantaggio che consente, in particolari situazioni, di lasciare il lavoro con un certo anticipo. Il primo riguarda la pensione anticipata, istituto che dal 2012 sostituirà, riducendone di molto la portata, l'attuale trattamento di anzianità. Cancellato il precedente meccanismo delle quote, per chi ricade nel sistema di calcolo misto l'unica via per lasciare il lavoro prima della vecchiaia sarà mettere insieme moltissimi anni di versamenti contributivi. Più dei 40 ora richiesti. Ma per le lavoratrici l'inasprimento è stato in realtà contenuto: avranno bisogno di 41 anni e un mese, ossia il vecchio requisito più l'anno di finestra mobile e l'ulteriore mese già previsto per chi andava in pensione attraverso questo canale. Di fatto, non cambia praticamente nulla. Per gli uomini invece c'è uno scatto di un anno e il requisito salirà a 42 anni e un mese.
Questi valori, come quelli di età, sono destinati a salire con il solito meccanismo dell'aspettativa di vita: nel 2050 si arriverà in teoria a 46 anni per i maschi e a 45 per le femmine, anche se probabilmente a quella data i futuri pensionandi, ormai tutti inseriti nel sistema contributivo puro, preferiranno sfruttare l'altra opzione del pensionamento flessibile.
Ma le lavoratrici, almeno fino al 2015, potranno prendere in considerazione anche un'altra possibilità: quella di lasciare il lavoro ad un'età che nel contesto attuale appare ormai veramente bassa, 57 anni (o 58 per le autonome più i 12-18 mesi di finestra che nel caso specifico resta in vigore) e 35 anni di contributi. Ma con lo svantaggio di vedersi la pensione calcolata interamente con il sistema contributivo. Questa clausola, introdotta dalla riforma Maroni-Tremonti del 2004, è sopravvissuta a tutti i successivi provvedimenti ed anche il decreto Monti la cita come casistica esclusa dall'applicazione della severa stretta sui requisiti.
Finora le donne vi avevano fatto un ricorso limitato, data la penalizzazione economica, dipendente dalla particolare carriera ma mediamente stimabile in un 15 per cento. Ora però questa penalizzazione potrebbe essere valutata come un sacrificio tutto sommato accettabile, in cambio di un vantaggio sull'uscita anche di 5-6 anni.

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