Il caso. La crisi economica non basta a giustificare il progressivo impoverimento di infrastrutture e servizi
PESCARA - Non per fare i nostalgici, ma quando l'Abruzzo aveva una classe dirigente di riconosciuta forza questa regione era riuscita ad elevarsi dalle pastoie dei ritardi meridionali aumentando reddito e diventando, tra l'altro, snodo del sistema di trasporti adriatico-tirrenici sfruttando eccezionalmente bene la sua posizione geograficamente centrale nella Penisola.
Ora, guardate come siamo ridotti. L'autostrada che conduce a Roma resta quella con la carreggiata più stretta d'Italia e con il tratto più lungo (Chieti-Avezzano) privo di stazioni di servizio, qualcosa come cento chilometri, roba da steppe uzbeke o piste transahariane (dove almeno non pagano pedaggi che rincarano un anno sì e l'altro pure in cambio di servizi che non ci sono). L'altra autostrada, l'Adriatica A14, sta per festeggiare l'allargamento a tre corsie ma solo fino alle Marche: a sud del Tronto il nulla, hic sunt leones, lasciate che i camion vengano a noi, spaventandoci sulle due magre corsie. I servizi di bus conducono a Roma con sempre maggiore difficoltà: si arriva in fretta alla barriera est della Capitale, ma da lì in poi, visto che l'asse di collegamento con il raccordo anulare è diventato strada a scorrimento veloce per il traffico romano metropolitano, occorre un'altra ora e mezza prima di poter urlare «terra, terra!». I collegamenti interni alla regione, sempre restando sui bus, stanno per essere frantumati dai tagli imposti dalle manovre governative. I collegamenti marittimi verso l'altra sponda adriatica sono ridotti al solo catamarano per la Croazia, avventurosamente trasferito da Pescara a Ortona e peraltro per un periodo assai breve nel cuore dell'estate. L'aeroporto sembra finalmente funzionare, ma al Governo Monti stanno già mulinando la scure perchè ne resteranno soltanto pochi, di scali: quelli delle città maggiori. E arriviamo ai treni: cosa dire di più dopo lo show invernale di Trenitalia? Non bastasse un collegamento con Roma più lento di un cammello, peraltro al momento spostato sulla stazione Ostiense (non sia mai permesso agli abruzzesi di sfruttare l'aggancio all'alta velocità alla stazione Tiburtina, ci mancherebbe), ora ci hanno buttato fuori pure dall'Adriatica: pochi treni, in orari pessimi, e la stazione di Pescara ridotta a copia extralarge di quella di Canicattì, abbandonata di notte agli ululati dei cani randagi.
Siamo stati chiari, no? A pagare paghiamo, e tanto, ma in cambio riceviamo solo sberle. Metaforiche, ma tanto dolorose. E la nostra cosiddetta classe dirigente, la nostra rappresentanza politica che non è soltanto quella della Regione, ma anche quella di ogni singola Provincia, anche quella dei Comuni più importanti, anche quella degli acquattati nelle comode poltrone del Parlamento cosa fa? Alza gli occhi al cielo. «Eh, c'è la crisi». «Eh, il Governo taglia». «Eh, ma il buco della sanità». Siamo sempre là, siamo sempre alla gag di Carlo Verdone, quella del politico «sempre teso»: «Amici, a quell'epoca avevamo le mani legate»...
Beh, scioglietele queste mani. In passato c'era chi sapeva battersi per l'Abruzzo, dai banchi della maggioranza e da quelli dell'opposizione. Eravamo usciti dall'Obiettivo 1, ora siamo sotto l'Obiettivo zero. Altrove parlare di trasporti significa toccare un punto centrale nei pensieri di chi ha a cuore le sorti dei propri territori (non parliamo solo di politici, anche di imprenditori e opinion leaders a vario titolo). Qui no, qui c'è solo il buco della sanità: chi l'ha causato non ha solo svuotato le nostre tasche, ha anche regalato a chi non chiedeva di meglio una scusa buona a cancellare ogni abbozzo di futuro.