Per fretta, il professore intende gennaio. Prima del viaggio a Washington per l'incontro con Barack Obama e il trilaterale a Roma con Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, il governo riproporrà le norme su farmacie, taxi e professioni che la lobby trasversale delle categorie hanno impallinato nella commissione di Montecitorio. Lo farà nella legge europea dedicata alla concorrenza. «E' il provvedimento legislativo ad hoc, vareremo un quadro di norme completo, coerente e organico», dice Antonio Catricalà, sottosegretario alla presidenza del Consiglio ed ex presidente dell'Antitrust. Insomma, uno che per anni ha mangiato pane e concorrenza.
Ma ieri mattina era così forte l'irritazione e la rabbia che si respirava a palazzo Chigi, che in un primo momento Monti, Catricalà e il ministro allo Sviluppo Corrado Passera, hanno voluto esplorare l'ipotesi di correggere in corsa il decreto. Di inserire, insomma, un emendamento per le liberalizzazioni in occasione dell'esame della manovra la settimana prossima in Senato. Ma l'idea - che avrebbe comportato un secondo passaggio alla Camera dopo il voto di fiducia di oggi - è rientrata al termine di un'esplorazione compiuta dal ministro ai rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, con Angelino Alfano e altri esponenti del Pdl. «Ci è stato spiegato», racconta una fonte autorevole, «che se provassimo a toccare ora le farmacie e le professioni rischieremmo di andare tutti a casa». E Monti ai suoi, con un sorriso: «Se fosse per me non mi lascerei impressionare. Voglio vedere se ci fanno cadere davvero».
La tentazione della prova di forza è rientrata presto. Si è affermata la linea della «prudenza». Anche perché, dopo il primo confronto vero con i partiti in Parlamento, il premier ha capito che spesso «prevale l'irragionevolezza». Traduzione: pur di salvare categorie, classi sociali di riferimento, clientele, i partiti sono pronti a rischiare di far saltare tutto in aria. «Sembra che non ci sia fino in fondo la consapevolezza della gravità della situazione» economica, ha osservato amareggiato il professore. Non c'è soprattutto nel Pdl: a palazzo Chigi hanno letto con un certo allarme le dichiarazioni serali di Silvio Berlusconi che si è detto dubbioso sulla durata del governo e ha descritto «Monti disperato». «Ma sono i suoi che lo spingono a dire certe cose, poi il Cavaliere ci ripensa. Sa che non conviene a nessuno, neppure a lui, la caduta del governo. Non c'è partito, anche dopo le elezioni che potrebbe fare il lavoro impopolare che ci è stato chiesto di svolgere per salvare il Paese», minimizza un ministro.
Eppure, nelle stanze del governo, comincia a circolare un sensazione di «debolezza» e di «precarietà». Perché Pier Luigi Bersani tiene non senza fatica i suoi deputati in riga e solo il Terzo Polo appare davvero dalla parte del governo. E perché la squadra di ministri tecnici deve scontare un'inevitabile dose di inesperienza. Ciò che è avvenuto martedì notte in commissione è potuto accadere proprio perché Giarda è stato tirato dentro a un agguato dalla lobby dei farmacisti. Quando il presidente della commissione Finanze, Gianfranco Conte, ha sottoposto il nuovo emendamento anti-liberalizzazioni, Giarda l'ha firmato credendo fosse frutto di un'intesa complessiva con Pd e Terzo Polo. Poi, nel momento in cui Monti e Catricalà gli hanno chiesto di fermarlo, Conte si è messo di traverso. Ed è avvenuto il patatrac. «Sarebbe stato meglio che la nostra proposta fosse stata respinta dalla Commissione», ha osservato il premier, «così sembra che siamo stati noi a fare retromarcia». Pausa. Sospiro, pacca sulle spalle a Giarda: «Hai fatto il possibile, ormai è andata. Ci rifaremo presto».
C'è da capire come. Anche a gennaio, anche sulla legge per la concorrenza, il Pdl e lo schieramento trasversale dei lobbisti, faranno sentire il loro peso. «Vedremo, se ci impediranno di governare se ne assumeranno le conseguenze», dice una fonte autorevole di palazzo Chigi. Parole che fanno capire come il clima tra il governo e la maggioranza non sia più quello di appena 48 ore prima. La luna di miele è precocemente finita.
Sembra in via di soluzione, invece, il caso di Michel Martone. Il viceministro oggi dovrebbe ricevere le deleghe dal ministro del Lavoro, Welfare e Pari opportunità, Elsa Fornero.