ROMA Non mollano i sindacati. Tutt'altro. Promettono, ma più che una promessa è una minaccia, che «non daranno tregua» finché Mario Monti non si deciderà a cambiare una manovra che era e resta «ingiusta e sbagliata». Domani sarà ancora sciopero generale: otto ore nel pubblico impiego e nella sanità. Che vuol dire uffici chiusi e disagi negli ospedali e nelle strutture di riferimento. E l'intenzione di Cgil, Cisl, Uil, Ugl è quella di continuare la mobilitazione «fino e dopo Natale», magari concluderla con una imponente manifestazione di piazza da tenere a gennaio nella Capitale.
I toni dei leader sindacali sono sempre roventi. Persino ironici. Provocazione di Raffaele Bonanni, ieri mattina durante il presidio dinanzi a Montecitorio: «La manovra sembra sia stata fatta da mio zio che non capisce niente di economia». A quale dei dieci zii (alcuni dei quali peraltro deceduti) nati e residenti a Bomba, paesino in provincia di Chieti che gli ha dato i natali, alluda non è dato sapere. E comunque poco importa. La battuta è chiara: l'esecutivo ha messo in piedi una serie di misure che, oltre a non rispettare il parametro dell'equità, sarebbero inadeguate, cervellotiche, sbagliate. Perché a pagare sarebbero sempre «i soliti noti». Cioè i dipendenti pubblici e i pensionati. «Marcegaglia è l'unica che ha avuto soldi dal governo e a dare i soldi siamo stati noi».
Bonanni sollecita da tempo tagli effettivi dei costi della politica e della macchina pubblica. E chiede il ripristino della concertazione, quella che non c'è stata prima del varo della manovra. «Il governo - dice - non può fare concertazione sulle materie che vuole e su altre no. Se pensa che noi andiamo a discutere solo sui licenziamenti stanno freschi». Un messaggio preventivo in vista del confronto sulla riforma del welfare sul quale il premier e il ministro Elsa Fornero vorrebbero invece ripristinare il sistema concertativo.
Sarà dura per il governo anche perché le organizzazioni sindacali hanno ritrovato (non si sa per quanto tempo) quell'unità sindacale che può diventare un'arma devastante. Giovanni Centrella, numero uno dell'Ugl avverte: «Non ci faremo mettere all'angolo da chi, dentro il palazzo, pensa di poter fare tutto da solo. La manovra approvata dalla Camera non ha tenuto conto della gente fuori del palazzo e quindi la protesta del sindacato non si fermerà».
L'obiettivo è chiaro e non derogabile: cambiare l'impianto tecnico della manovra e la filosofia che lo ha ispirato. «Non ci rinunceremo», manda a dire da Padova Susanna Camusso: «E' profondamente squilibrata - sottolinea ancora una volta il segretario generale della confederazione di corso d'Italia - perché non ha quei tratti di equità che avrebbe dovuto avere e che bisogna provare ad ottenere. E' squilibrata sulla tassazione del lavoro dipendente, sulle pensioni e sulle famiglie. Ed è un tratto che va corretto anche per gli effetti recessivi che avrà sul Paese in termini di potere di acquisto e di contrasto alla progressiva riduzione dell'apparato produttivo».
Non per niente Camusso ricorda che «i dati sulla produzione industriale negli ultimi mesi sono in totale calo e le previsioni sull'occupazione sono pessime». Infine, il leader della Cgil, lancia una battuta: «Abbiamo visto un atteggiamento di Confindustria molto favorevole, comprensibile perché gli industriali sono gli unici che hanno risorse fresche dalla manovra». Come a confermare il vecchio adagio che ciò che va bene ai datori di lavoro va quasi sempre male ai lavoratori.