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Data: 19/12/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
Il ritorno di Tremonti «Troppe tasse, pochi tagli». L'ex ministro contro le misure. Gelo Pdl, Galan: coerente nella menzogna

MILANO - Riappare dopo quasi un mese di isolamento volontario, ma trenta giorni di silenzio non hanno cambiato il copione: quando Giulio Tremonti parla gli altri si stizziscono, specie quelli del suo partito. O ex partito, chi lo sa. «Ci vorrà un'altra manovra perché questa non basta», dichiara dagli studi Rai di Milano ospite di Lucia Annunziata. E non essendo sicuro che l'uscita possa bastare a scatenare un putiferio, aggiunge: «La manovra andava fatta, e questo si sapeva. A me tuttavia pare troppo sbilanciata sulle nuove tasse. E poco equa».
Ecco, l'ex superministro è tornato facendo rumore, com'era pronosticabile. Non s'era fatto vedere in aula giovedì quando si trattava di ribadire la fiducia al governo Monti, ma ieri s'è mostrato all'ora di pranzo sugli schermi di Raitre. Avendo il tallone rotto, così dice l'intervistatrice, non ha presenziato ai riti di Montecitorio. E comunque, se anche ci fosse andato non è detto che avrebbe votato allo stesso modo del Cavaliere e degli altri berluscones. «Visto che non c'ero è inutile fare ipotesi su come mi sarei comportato» svicola, alimentando il sospetto.
Di Monti parla meno che può. Però lancia frecce acuminate contro le iniziative del nuovo governo, come in preda all'impellenza di levarsi sassolini dalle scarpe. Per esempio, la manovra. Che non è stata, fa intendere, una genialata del neopremier, ma un passaggio obbligato: «L'avremmo fatta anche noi, era scritto nei documenti». Con la differenza che lui, Tremonti, l'avrebbe fatta diversa. «Questa è sbilanciata sulle tasse. Iva, benzina, bollette, casa, addizionali, vuol dire che colpisce tutti e incide soprattutto dal lato basso invece che dal lato alto».
Ai telespettatori si presenta con un maglione e senza cravatta, ma guai a paragonarlo a Marchionne. «Io faccio per mio conto» dice piccato. E per suo conto seguita a spargere dubbi sulla manovra «che molto probabilmente non basterà e ce ne vorrà un'altra», e poi sui mercati che «nonostante il cambio di governo continuano a non andare benissimo», e sulla lotta all'evasione «che è stata in qualche modo interrotta», e sul rigore «che è necessario ma che si poteva inseguire riducendo la spesa pubblica come facevamo noi, non alzando le tasse».
Non risparmia stoccate ai compagni di partito: «Sono sorpreso nel vedere certi rappresentati del Pdl che dicevano no stando al governo e adesso dicono sì non stando al governo». E i compagni di partito, prima ancora che l'ex superministro finisca l'intervista tv, già sgomitano per replicargli. Il pidiellino Raffaele Lauro è il più duro: «Di lui non si ricorda alcuna riforma strutturale, tranne quella di aver devastato socialmente il nostro Paese con il trionfo del gioco d'azzardo. Avrebbe fatto meglio a tacere». Bondi gli manda a dire che «è poco onesto», Galan che «è coerente nella menzogna». E tutti questi pidiellini danno inevitabilmente fuoco alle polveri degli ex oppositori.
A cominciare dal segretario del Pd, Pierluigi Bersani: «È davvero incredibile che chi ci ha portati fin qui si rimetta a favoleggiare come se nulla fosse». Fino al portavoce dell'Idv, Leoluca Orlando: «Tremonti, come la Lega, cerca maldestramente di far dimenticare le sue responsabilità e quelle dell'intero governo Berlusconi che hanno trascinato il Paese nel baratro».
Reazioni pressoché scontate, in qualche modo da lui stesso preventivate. Infatti, quando affronta il tema «come mai siamo giunti a questo punto», attribuisce la colpa non alle proprie iniziative o a quelle di qualcun altro, ma alla «cannibalizzazione» di cui la sua parte politica è stata protagonista e vittima poco meno di un anno fa: «Per tre anni abbiamo fatto bene, però dopo la sconfitta alle amministrative di maggio e ai referendum è emersa una classe politica (nel centrodestra, ndr.) che andrebbe bene in un Paese che non ha debito pubblico».
Quella stessa classe politica, dice Tremonti, in cui «tutti hanno cominciato a parlare male di tutti gli altri, e soprattutto del Paese. Così all'estero abbiamo cominciato a perdere credibilità, ed è venuta meno la fiducia in noi. Che poi alla fine l'avevamo pure recuperata, ma ormai era troppo tardi».

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