| |
|
| |
Pescara, 11/04/2026
Visitatore n. 753.021
|
|
|
|
|
|
|
20/12/2011
Il Messaggero
|
Lavoro, sindacati all'attacco. Fornero: parole preoccupanti. Tensione nel Pd, il segretario: lasciamo stare l'art.18. Marcegaglia: nessun tabù
|
|
ROMA - Previsioni confermate: sulla riforma del mercato del lavoro è scontro duro tra governo e sindacati. E' bastato che il ministro del Welfare, Elsa Fornero, evocasse l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (quello che vieta nelle aziende con più di 15 dipendenti il licenziamento senza giusta causa) per scatenare un vero e proprio putiferio. Con tanto di accuse anche personali. Come quelle del leader della Cisl, Raffaele Bonanni: «La smetta di fare la maestrina». Durissima la leader della Cgil, Susanna Camusso: «Questo governo scenda dall'Empireo e venga nel mondo vero. L'articolo 18 è una norma di civiltà che dice che nessun imprenditore e nessun datore di lavoro può licenziare un dipendente perché gli sta antipatico, fa politica o il sindacalista». E così Luigi Angeletti, leader Uil, che allarga il discorso alla manovra: «Il governo è molto abile nell'usare la crisi per togliere i soldi dalle tasche dei lavoratori. Diverso quando si tratta di mettere le mani nelle tasche delle persone influenti». Che in Italia bastasse solo pronunciarlo quel numero per rischiare di bruciarsi la lingua, era noto. Accade così da anni. Eppure il ministro Fornero non si aspettava reazioni tanto forti. E' lei stessa a dirlo: «Sono rimasta dispiaciuta e sorpresa per un linguaggio che pensavo appartenesse al passato. Non capisco questa reazione e devo dire che mi preoccupa». Le sue parole - precisa la Fornero - «volevano essere semplicemente un'offerta di dialogo». Il confronto con le parti sociali, ribadisce, ci sarà. Quando? «Possiamo vederci a gennaio, ma anche prima; per quanto mi riguarda non ho preclusioni» dice. A una condizione, però: che anche «altri» non abbiano «preclusioni». E naturalmente il punto è tutto qui. Perché il fronte sindacale di questo argomento proprio non vuol sentir parlare. L'articolo 18 non si tocca e basta. «Ha un potere deterrente. Un paese democratico e civile non può rinunciarvi» ammonisce Susanna Camusso. E Bonanni, replicando alla Fornero: «Ad essere preoccupati siamo noi. Se il governo va avanti così si apre una rottura prima di arrivare alla discussione». Ovviamente diverso l'atteggiamento della Confindustria. «Basta tabù sull'articolo 18» dice il presidente, Emma Marcegaglia. La quale, comunque, riconosce che l'Italia soffre anche di troppi contratti atipici e a tempo, che rendono eccessiva la precarietà. E apre: «Siamo disponibili a ragionare su alcune riduzioni della flessibilità in entrata». Poi un appello: «Affrontiamo la riforma del mercato del lavoro, che palesemente non funziona, con serietà e senza ideologia. Il clima di scontro non aiuta». L'argomento è così spinoso e delicato da creare contrapposizioni anche nel Pd. «La crisi è dura e la riforma dell'articolo 18 non è una priorità» dice l'ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano. «Non è tempo di licenziamenti» gli fa eco Rosi Bindi. Ma dall'altra parte non manca chi appoggia il disegno di legge del senatore Pietro Ichino che sostiene la flexsecurity alla scandinava e di fatto abolisce l'articolo 18 per i nuovi assunti. Tanto che Bersani consiglia: «Ora facciamoci il Natale. E lasciamo stare l'articolo 18. Mi pare che c'è già da digerire qualcosa. Sul lavoro si può ragionare con calma, facciamolo senza patemi». No netto a toccare l'articolo 18 da parte, invece, della sinistra di Vendola e dell'Italia dei Valori. Sul fronte opposto il Pdl. «E' la Ue che ci chiede di rendere il lavoro più flessibile» ricorda Fabrizio Cicchitto, capogruppo alla Camera. Per il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, «riformare l'articolo 18 non è lesa maestà, ma non vogliamo scontri ideologici. Per mandare giù le medicine amare ogni tanto serve un po' di dolcificante». Anche per Gianfranco Fini, presidente della Camera e leader di Fli, intervenire sul mercato del lavoro è indispensabile, soprattutto bisogna «limitare al massimo i contratti a termine».
|
|
|
|
|