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Data: 21/12/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
Italia fanalino di coda dell'Ocse meno di 20.000 euro netti l'anno. Nel 2010 la crisi economica ha congelato lo stipendio medio

ROMA Salari fermi, consumi in stallo, famiglie in crisi alla terza settimana del mese e non sempre in grado di arrivare alla quarta, risparmi che si assottigliano. In sintesi: stipendi troppo bassi. Non è solo un'impressione che ciascuno può, alcuni più altri meno, verificare mese per mese o anno per anno. Sono le statistiche a dimostrarlo. Lo ha detto ieri il ministro del Lavoro Elsa Fornero, lo dicono da tempo l'Ocse e la Banca d'Italia. L'ultimo allarme del neo governatore Ignazio Visco risale a poco meno d'un mese fa. «I salari di ingresso nel mondo del lavoro ha affermato nel suo primo intervento pubblico, a fine novembre sono oggi in termini reali a livelli pari a quelli di decenni fa; chi si affaccia oggi sul mercato del lavoro sembra escluso dai benefici della crescita del reddito occorsa negli ultimi decenni».
Il salario dei giovani, un problema nel problema. Perché anche le altre retribuzioni non crescono e hanno quindi perso progressivamente potere d'acquisto. L'Ocse lo certifica da tempo attraverso la sua ricerca «Taxing wages», che fotografa anno per anno lo stato delle retribuzioni in ognuno dei Paesi membri dell'organizzazione. L'Italia è in fondo alle classifiche da parecchio tempo. Nel 2010, per citare il dato più recente, il salario medio annuo netto di un single senza figli è stato pari a 25.155 dollari, equivalenti a 19.232 euro, contro i 39.929 dollari del Regno Unito, i 33.171 degli Stati Uniti, i 31.573 della Germania o i 28.028 della Francia che si posiziona al sedicesimo posto della graduatoria. Una classifica che vede agli estremi opposti la Svizzera con 42.136 dollari e il Messico con 10.379. Limitando il confronto ai soli Paesi del G7, siamo ultimi. Riusciamo a recuperare terreno soltanto se il raffronto avviene sul salario lordo e ciò la dice lunga sul carico fiscale e retributivo che falcia i redditi dei dipendenti.
Comunque non è solo lì, nel cosiddetto cuneo, il problema. Eurostat la scorsa settimana ha pubblicato i dati sull'aumento del costo del lavoro in Europa nel terzo trimestre 2011: nell'Eurozona la crescita è stata del 2,7% e del 2,6% nell'Europa a 27. In Italia, si è fermata al 2,2%. Tolta la componente rappresentata dal salario in senso stretto, tasse e contributi sono cresciuti del 3,2%.
E anche questa è un'indicazione perché dimostra come le politiche fiscali, anche per via della crisi, siano diventate più onerose un po' ovunque in Europa. In Italia certamente pesano. Se siamo in fondo alla classifica per livello dei salari, siamo invece ai primi posti (il quinto, per l'esattezza) per carico fiscale e contributivo. Nel 2010, ha dimostrato l'Ocse prendendo a riferimento lo stipendio medio annuo di un single senza figli, il peso della componente non salariale ha raggiunto complessivamente il 46,9% della busta paga, in lieve aumento (+0,03%) rispetto all'anno precedente per effetto del maggior peso dell'Irpef. Il cuneo fiscale e contributivo (cioè l'insieme di tasse e contributi pagati da impiegato e datore di lavoro) fa salire la retribuzione lorda da 25.155 dollari a 47.347 dollari l'anno, con il 15,4% incamerato dal fisco. Una quota a cui si devono aggiungere il 7,2% pagato dal dipendente per la pensione e l'assistenza sanitaria e il 24,3% versato dal datore di lavoro. In Germania, per avere un raffronto, i contributi sono divisi quasi alla pari tra dipendente (17,2%) e imprenditore (16,2%) mentre le tasse in senso stretto assorbono il 15,7% della paga. In Francia, invece, il cuneo sale al 49,3% ma solo il 9,9% di questa percentuale è assorbito dal fisco. I contributi sono versati per il 29,7% dal datore di lavoro e per il 9,6% dal dipendente.
Il cuneo fiscale varia moltissimo all'interno dell'area Ocse. Come abbiamo visto supera il 50% in Belgio ed è inferiore al 20% in Corea, Nuova Zelanda, Messico e Cile. In generale rappresenta il dazio pagato dai Paesi più sviluppati per garantire un alto di livello di servizi sociali: dalla pensione, all'assistenza sanitaria gratuita per tutti, alla protezione della maternità, ai servizi di assistenza per i più anziani e i meno abbienti. Un vanto per il Vecchio Continente rispetto agli Usa, ma quanto possiamo ancora permettercelo? In periodo di crisi, il cuneo è generalmente aumentato (20 Paesi su 31) per conservare lo stesso livello di prestazioni: del 3,29% in Islanda e del 6,65% in Ungheria; mediamente, sotto l'1%. E' invece diminuito in Germania (-1,84%), Grecia (-1,58%) e Paesi Bassi (1,18%).
Non è un caso, dunque, che da tempo si discuta di come alleggerire il carico fisco-contributi sulle buste paga. Se non di tutte, almeno di quelle più basse, per liberare risorse che consentano alle famiglie di riprendere un po' d'ossigeno. Il nuovo premier, Mario Monti, ha fatto esplicito riferimento al problema della riduzione del cuneo fiscale nel suo discorso programmatico in Parlamento. E nella manovra, ha fatto un primo passo concreto con la riduzione dell'Irap calcolata sul costo del lavoro. In questo caso, la boccata d'ossigeno è stata data alle imprese (e non direttamente al lavoratore dipendente) con l'obiettivo di rimettere in moto le assunzioni e, in particolare, quelle di donne e giovani con meno di 35 anni per i quali gli sgravi superano i 15.000 euro l'anno nel Sud.
È un primo passo, come si è detto. Sarà la trattativa sulla riforma del lavoro a delineare i futuri sviluppi. La palla torna in mano ad Elsa Fornero.

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