ROMA Togliere l'articolo 18? «Sarebbe roba da matti», avverte Pier Luigi Bersani ricorrendo a una delle sue frasi colorite che fa il pieno di consensi sul web. Una cosa da matti, spiega il leader del Pd, perché «il problema oggi è entrare nel mondo del lavoro, non uscirne». Segue una sorta di penultimatum: «Il governo capirà che il problema è questo, lo dovrà capire, altrimenti...». Argomenti che Bersani ha spiegato a quattrocchi a Mario Monti nell'incontro avuto a palazzo Chigi, «assurdo teorizzare che licenziando si crei più lavoro». Un vero e proprio altolà che arriva netto dopo qualche giorno passato a cercare di smussare, frenare, sopire. Non c'è stato comunque bisogno di dar seguito a quell'«altrimenti» bersaniano vagamente minaccioso.
Poche ore dopo il ministro Elsa Fornero va a Porta a porta e pigia il piede sul pedale del freno che più frenata non si può: «Non avevo e non ho nulla in mente che riguardi l'articolo 18. Per inesperienza non ho capito che bastava discutere di questa norma per sollevare un polverone, la prima emergenza oggi sono occupazione e crescita, questa polemica mi ha dolorosamente colpito, sono caduta in una trappola giornalistica». Il riferimento è all'intervista concessa dal ministro al Corriere della Sera, e non a caso è proprio il direttore del quotidiano di via Solferino a scendere in campo e a replicare: «La Fornero è caduta nella trappola di se stessa», scrive su Twitter Ferruccio De Bortoli.
Che le cose stessero andando in una certa direzione, lo si era capito dalla posizione intransigente assunta anche dal leader cislino Raffaele Bonanni («Il governo deve cambiare passao»), tanto che in mattinata Pier Ferdinando Casini aveva tessuto le lodi dei sindacati e dei sindacalisti, Susanna Camusso compresa («è una persona ragionevole»), e a Uno mattina aveva anticipato: «Tra il ministro del Welfare Fornero e i sindacalisti sicuramente c'è stato qualche equivoco di troppo, ora serve una fase di vero colloquio». Quanto al governo nel suo insieme, il leader centrista, anche lui su Twitter, invita a non parlare di «tecnocrati» e spiega: «Era necessario qualcuno che consentisse alla politica una pausa dopo litigi e scontri disperati». Bersani è arrivato ad alzare disco rosso dopo un crescendo di prese di posizione. «Passiamo un Natale tranquillo e lasciamo stare l'articolo 18», aveva suggerito il giorno prima; «una riforma del mercato del lavoro ci vuole, ma il problema oggi non è cacciare la gente dal lavoro», aveva aggiunto qualche ora dopo, ma senza arrivare a toni eccessivamente ultimativi. Adesso, con il suo altolà netto e con la frenata del ministro, molto probabilmente l'articolo della discordia è destinato a finire in soffitta (come successo altre volte in passato). «Se non c'erano riusciti Sacconi e Brunetta con il precedente governo, che ne aveva davvero fatto un'ossessione ideologica, non poteva certo riuscirci un esecutivo di tecnici che non hanno certo il compito di attizzare lo scontro sociale», chiosava Gianni Cuperlo, bersaniano, al termine della seduta dell'aula di Montecitorio.
Consensi al segretario democratico sono giunti anche dagli alleati di Vasto, quelli della foto famosa. Per Nichi Vendola (governatore della Puglia e leader di Sinistra ecologia e libertà), «Bersani ha fatto bene a mettere dei paletti in materia, bisogna fissare delle soglie invalicabili per la civiltà democratica di questo Paese». Plaudono anche i dipietristi dell'Italia dei valori, «finalmente si è levata una voce chiara dal Pd», per poi aggiungere scettici «speriamo sia la linea definitiva». Restano invece scoperti nel Pd quanti, nei giorni scorsi, avevano sottolineato positivamente l'intento di mettere mano all'articolo 18: il senatore Pietro Ichino, i veltroniani e i lettiani fra questi. Paolo Gentiloni, ad esempio spiega: «È ampio il fronte del non cambiamento, ma credo che alla fine non prevarrà». Linea diversa, quella della presidente del Pd Rosy Bindi: «Le posizioni di Ichino sono minoritarie nel partito». L'ex ministro Cesare Damiano conferma la sua impostazione: «L'articolo 18 non va cambiato, ma va garantito anche ai giovani che entreranno nel mercato del lavoro. Con l'eliminazione dell'articolo 18 non si favorirebbe l'aumento dell'occupazione».