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Data: 23/12/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
La manovra diventa legge ma il governo perde consensi. Via libera al Senato con 257 voti a favore e 41 contrari

ROMA - La fiducia c'è, anche al Senato: il decreto anti crisi è legge. I numeri della maggioranza che sostiene il governo Monti restano assai ampi, e questa è la tabellina del voto di ieri a Palazzo Madama: 257 sì e 41 no. Però, in questo secondo scrutinio di fiducia, rispetto al primo svoltosi in Senato il 17 novembre si registra una diminuzione di voti a favore dell'esecutivo. L'altra volta lo schieramento pro-Monti raggiunse quota 281, e gli avversari si fermarono a quota 28. Ora all'opposizione, oltre alla Lega, si sono schierati anche l'Italia dei Valori, l'Unione Valdotaine e i sudtirolesi della Svp e la squadra del professore ha totalizzato 24 voti in meno rispetto a poco più di un mese fa. Ma il vero scarto, fra i numeri ottenuti alla prima fiducia e quelli incassati alla seconda, è quello che si è verificato alla Camera. Il 18 novembre, in occasione dell'atto di nascita del governo a Montecitorio, i sì sono stati 556, 61 i no e zero astenuti. Il 16 dicembre è andata così: 495 sì, 88 no e 4 astenuti. Ossia: 61 voti a favore in meno, soprattutto a causa delle assenze di 32 deputati del Pdl.
Ieri, i senatori che non hanno partecipato al voto sono stati 23. Dai tabulati risulta che, oltre ai senatori a vita Giulio Andreotti, Carlo Azeglio Ciampi, Rita Levi Montalcini, Sergio Pininfarina, Oscar Luigi Scalfaro e se si esclude Irene Aderenti della lega, gli altri 17 sono tutti appartenenti alla nuova maggioranza. Otto gli assenti del Pdl, e si va da Giuseppe Ciarrapico a Barbara Contini, da Claudio Fazzone a Silvestro Ladu (è subentrato appena ieri a Piergiorgio Massidda), dall'avvocato di Berlusconi Piero Longo a Mario Mantovani, dall'ex guardasigilli Francesco Nitto Palma (che pure era in aula) ad Antonio Paravia. I senatori del Pd assenti sono 4: Vladimiro Crisafulli, Adriano Musi, Nino Randazzo, Sergio Zavoli. I senatori di Coesione nazionale assenti sono: Alberto Filippi, Giuseppe Menardi, Adriana Poli Bortone. In gran parte dei casi si tratta di assenze politiche da parte di malpancisti. E a queste si aggiungono i mancasti voti di Vincenzo Oliva (Mpa) e di Egidio Digilio (Terzo Polo).
La maggioranza resta comunque assai ampia, e anche nei gruppi che hanno votato contro si sono registrati delle dissonanze, non sfociate ancora in dissensi plateali, come quella dell'italovaloriale Pancho Pardi non proprio in linea con la strategia iper-populista, così la chiama una parte dei dipietrisi, portata avanti dal leader del partito.
Uno dei discorsi centrali della giornata di ieri l'ha pronunciato il vicepresidente dei senatori democrat, Nicola Latorre. Polemizza con la Lega, facendo infuriare quelli del carroccio e anche i pidiellini: «Poche ore fa il partito di Bossi era al governo, ora è come improvvisamente rapita da un'ebbrezza rivoluzionaria quando i suoi esponenti vengono in aula o sono davanti alle telecamere. Ma quando quelle telecamere si spengono eccoli pronti a votare per il mantenimento dei doppi incarichi e dei doppi stipendi di sindaci e senatori. E quando quelle telecamere si riaccendono eccoli pronti a urlare contro il Mezzogiorno dei poveri pensionati e però, quando si spengono eccoli pronti a difendere il Sud dei Cosentino». «È un atteggiamento demagogico», conclude Latorre, «che tanto male fa al nostro Paese». Poi prende la parola Maurizio Gasparri, e attacca Latorre sul caso Tedesco, mentre i lumbard continuano a insultare il vice-capogruppo democrat.
Il caos scatenato dai leghisti però non sembra impressionare più nessuno, si tratta ormai di routine, e tantomeno spaventa Monti e i suoi ministri. Che osservano le proteste lumbard, ma stanno pensando alle prossime mosse della loro difficile impresa che chiamano «salva Italia».

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