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Data: 27/12/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
Pensioni. Con il nuovo sistema a regime risparmi per oltre 20 miliardi. Ma gli effetti saranno più graduali a partire dal 2013

ROMA Stavolta potrebbe essere davvero la volta buona: il cantiere delle riforme previdenziali aperto in Italia nel 1992 (anno in cui la rivalutazione delle pensioni fu sganciata dall'andamento delle retribuzioni) pare destinato a chiudersi con i provvedimenti messi in campo dal governo Monti, che in realtà intervengono su diversi aspetti del sistema, dall'età pensionabile al metodo di calcolo dei futuri assegni e dunque valgono più di una singola riforma.
Certo le norme contenute nel decreto salva-Italia, oltre a lasciare insoddisfatti o irritati i lavoratori più pesantemente coinvolti, pongono una serie di problemi che però potranno essere risolti con provvedimenti che vanno al di là della materia pensionistica: la capacità delle imprese di trattenere lavoratori anziani, la sostenibilità degli accordi sulle crisi aziendali, l'adeguatezza delle future pensioni per i gli attuali lavoratori giovani. Ma preso in sé il sistema di regole che entra in vigore il prossimo gennaio è con tutta probabilità uno dei più avanzati in Europa.
Infatti da una parte conclude per uomini e donne il percorso di innalzamento dell'età pensionabile ordinaria, portandolo entro il 2021 oltre la soglia dei 67 anni, dall'altra riduce in modo sostanziale l'incidenza di quella che era un po' la nostra anomalia, ossia l'uscita anticipata con la pensione di anzianità, che ora sarà possibile solo molti anni di contributi, e comunque con una penalizzazione economica in caso di accesso prima dei 62 anni.
Allo stesso tempo vengono confermati ed anzi accelerati i meccanismi di stabilizzazione automatica nel tempo della spesa previdenziale: dal lato dell'età di uscita con l'adeguamento (reso biennale) alla speranza di vita, dal lato dell'importo delle pensioni con il contributivo e l'adeguamento dei coefficienti di trasformazione, estesi fino alla soglia dei 70 anni.
L'impatto della riforma sarà forte nell'immediato con il blocco dell'adeguamento all'inflazione per gli assegni in essere superiori ai 1400 euro lordi al mese. Ma nell'anno che sta per iniziare, paradossalmente, non ci saranno effetti negativi concreti su chi deve andare in pensione. Per tutto il 2012 infatti potranno lasciare il lavoro con il meccanismo della finestra mobile (praticamente abolito dopo un solo anno di vita) coloro che hanno maturato il diritto nel 2011 e con la loro uscita ritardata hanno contribuito in modo decisivo al buon andamento dei conti Inps di quest'anno. Le conseguenze della stretta decisa dal governo Monti si faranno quindi sentire dal 2013 in poi; in precedenza ci sarà addirittura qualcuno che si avvantaggerà (soprattutto tra le file dei lavoratori autonomi) per alcuni effetti collaterali del riassetto, derivanti proprio dalla soppressione del meccanismo delle finestre di uscita.
Dal punto di vista statistico dunque nel 2012 non si registrerà il calo delle uscite certificato dall'Inps per quest'anno, a causa del rimbalzo dovuto all'accesso al pensionamento proprio di quei lavoratori bloccati nel 2011 e non coinvolti dalla riforma Fornero.
Poi, a mano a mano che aumenterà il numero dei lavoratori impigliati nella rete delle nuove regole, e con esso anche i i mesi e gli anni di ritardo del pensionamento per ciascuno degli interessati, la progressione dei risparmi diventerà più sensibile fino a toccare il picco massimo tra una decina di anni, con risparmi complessivi pari a 15-16 miliardi di euro per la sola componente legata al cambiamento delle regole di accesso alla pensione (oltre 20 per il complesso degli interventi).
Il discorso è in qualche modo simile per l'entrata in vigore del sistema contributivo, che si applicherà da subito ai trattamenti di tutti coloro che vanno in pensione dal prossimo gennaio, ma con un effetto inizialmente molto limitato per l'assoluta prevalenza della componente contributiva. Le prime conseguenze sensibili sono attese per il 2013, con una decurtazione media dell'assegno stimata dalla Ragioneria generale dello Stato nello 0,8 per cento, valore destinato a crescere fino al 4 per cento nel 2018.



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