Senatore Legnini, qual è la sfida più grande per l'Abruzzo nel 2012?
«Nel 2012, la classe dirigente abruzzese dovrà concentrarsi nell'immaginare e, soprattutto, nel realizzare azioni di dissodamento del territorio e di rimozione degli ostacoli per costruire nuovi modelli di sviluppo per la nostra regione. La fase acuta della crisi ci dice che siamo al capolinea e che occorre costruire le condizioni di una nuova strategia di sviluppo».
Quale nuova strategia di sviluppo?
«Faccio una premessa. C'è stato un periodo troppo lungo, più di 15 anni, nel quale siamo vissuti della rendita proveniente dal grande capitale di crescita accumulato nei decenni precedenti. La nostra generazione di 40-50enni è portatrice di una missione storica: non disperdere le eredità buone del passato e piantare nuovi alberi che possono essere coltivati, raccogliendone i frutti, dalle nuove generazioni. Se non assolveremo a questo compito, verremo meno al nostro dovere nei confronti di chi ci ha preceduto e di chi viene dopo di noi».
Cos'è questa nuova prospettiva di sviluppo?
«La nuova prospettiva per la regione deve seguire quattro direttrici principali: far partire finalmente la ricostruzione dell'Aquila che è una necessità e un'opportunità; sostenere una decisa internazionalizzazione delle nostre imprese aiutandole nell'accesso al credito e nella capitalizzazione; agire in profondità per riconvertire il nostro sistema verso un'economia verde e sostenibile che si affianchi all'importante realtà industriale che, per fortuna, abbiamo ancora; e perseguire un'intelligente opera di ammodernamento e completamento infrastrutturale comprendendovi le nuove tecnologie».
Che bilancio fa del 2011 in Abruzzo?
«E' stato un anno fatto di molti annunci, parole, autocelebrazioni e nessuna realizzazione concreta. Sfido chiunque a individuare, non a parole ma in concreto, quali investimenti importanti siano stati cantierati e quali riforme incisive siano state approvate; e quando parlo di riforme incisive, intendo quelle destinate a cambiare il corso delle cose. Penso che dobbiamo fare l'esatto contrario di quello che si è fatto finora: meno chiacchiere e più fatti, a partire dal grande cambiamento nella burocrazia regionale che costituisce un freno allo sviluppo».
Che cosa cambia per l'Abruzzo con il governo Monti?
«Io credo che cambi molto perché è finito il tempo di un rapporto col governo nazionale basato sull'amicalità e sull'appartenenza partitica. Credo che con questo governo noi dobbiamo misurarci con idee e progetti convincenti, dicendo la verità a partire dai modi e tempi della ricostruzione. Si provveda, per esempio, a riprogrammare in modo serio i fondi Fas e quelli europei, come noi chiediamo da tempo; si presentino progetti efficaci e cantierabili al ministro Barca, che è uno che ci capisce di queste cose. Io sono sicuro che, se noi saremo convincenti, troveremo una grande disponibilità nel governo Monti, non perché siamo "amici" ma perché portatori di proposte efficaci e in linea con il programma che ieri il premier ha illustrato nelle sue grandi linee. Questo metodo vale per l'oggi e per il futuro».
Le possibilità di ripresa dell'Abruzzo sono legate indissolubilmente alla ricostruzione dell'Aquila?
«Anche alla ricostruzione. La ricostruzione non è solo un dovere nei confronti dei cittadini colpiti dal terremoto, ma anche una grande opportunità che noi possiamo cogliere se si verificano due condizioni».
Quali?
«La prima è che si cambino le regole emanate dal governo Berluscuoni-Letta, fatte di ordinanze confuse, molta burocrazia e poca responsabilizzazione degli enti locali. L'altra, che si diano poteri veri e risorse certe ai comuni, come è accaduto con i modelli virtuosi di ricostruzione, dall'Umbria-Marche al Friuli. Per esempio, all'Aquila accade che il comissario Chiodi, piuttosto che essere il primo sostenitore dell'amministrazione comunale e, quindi, uomo super partes, sia spesso colui che si esercita in attacchi assumendo una posizione di parte. E', inoltre, paradossale che ospitiamo quello che è stato definito il più grande cantiere d'Italia e le nostre imprese, quelle abruzzesi, in gran parte, siano senza lavoro e in crisi».
Quali sono le due cose principali da fare per invogliare a fare impresa in Abruzzo?
«Bisogna fare due cose. La prima: un serio programma di completamento e efficientamento infrastrutturale. Noi lo diciamo da tempo, inascoltati. Ci sono troppe cose che non funzionano o sono incomplete: ferrovie, porti, strade, banda larga, aeroporto. Non ci vuole molto a fare progetti concreti di dieci opere cantierabili e battersi in tutte le sedi per ottenerne il finanziamento e per indirizzare le risorse disponibili verso l'obiettivo di rendere più attrattivo e competitivo il nostro territorio regionale. E' incredibile, ad esempio, ciò che sta accadedo per i porti ed è inaccettabile il rischio di essere tagliati fuori dall'alta velocità».
L'altra cosa da fare?
«Puntare sull'economia verde e su una sorta di marchio di qualità dell'Abruzzo che possa farci invidiare nel mondo: energie rinnovabili, turismo verde, enogastronomia, agricoltura di qualità, recupero dei borghi».
La mancanza di un politico forte di riferimento per l'Abruzzo a livello nazionale è più un fatto negativo o una sfida che aiuterà la regione a crescere?
«Non credo a modelli astratti di assetto dei poteri. In una fase nella quale vi era una sorta di funzione di intermediazione - ad esempio, sulle risorse, dei riferimenti politici nazionali - l'"uomo forte" aveva un senso. Oggi occorre avere una rappresentanza forte e plurale nel Parlamento e nel governo nazionale, e una guida della Regione che sappia essere portatrice di idee convincenti e di una strategia per l'oggi e per il futuro che attualmente non c'è. Combinando questi due fattori si fa il salto di qualità, non ricorrendo all'uomo della provvidenza».
In primavera si voterà all'Aquila: sarà un test politico di valore regionale o nazionale?
«All'Aquila si gioca una partita di primordine. Bisogna eleggere un sindaco e una amministrazione che garantiscano un percorso certo ed efficace di ricostruzione e di ripresa economica della città. Cialente e la sua squadra ci hanno messo anima, corpo e cuore, e sono stati un presidio di combattività e legalità. Noi li sosteniamo ma devono farsi carico della coalizione».
Che significa?
«Bisogna fare una squadra all'altezza della sfida che quella città ha di fronte per sé e per l'intera regione».
Dipendesse da lei ricandirebbe Cialente a sindaco?
«Ho già risposto alla domanda. La decisione spetta agli aquilani ed è stata già presa».
Nel tunnel della recessione in cui il Paese sta entrando a quale virtù gli abruzzesi dovranno fare appello per superare la prova?
«Alle virtù di sempre, che sono quelle della caparbietà, dell'operosità e della valorizzazione delle proprie risorse. Con un'aggiunta rispetto al passato: superare una sorta di provincialismo che a volte ci porta a sottostimare le nostre potenzialità. E' come se l'Abruzzo fosse fuori dall'Europa e dal mondo. Invece, con le risorse e le intelligenze che abbiamo, dobbiamo saper stare sempre di più in Europa e nel mondo».
Per esempio come?
«Faccio l'esempio della macro-regione Adriatico-ionica. Ho ottenuto la calendarizzazione per l'11 gennaio della mozione, di cui sono primo firmatario e che è sostenuta da molti senatori di diversi gruppi. Quel progetto non è un'invenzione propagandistica di Spacca, il presidente della Regione Marche, ma una straordinaria opportunità per il futuro, per le imprese abruzzesi e uno spazio per la nuova programmazione dei fondi europei 2014-2021. Dobbiamo sapere essere ambiziosi e non essere frenati dal provincialismo».
Qual è lo stato di salute del Pd abruzzese?
«Il Pd si è rinnoavato, è cambiato, si sta radicando sempre di più ed è tornato a vincere. La grande novità è che noi siamo portatori di un'intelligente capacità di fare squadra anche con i movimenti civici, rivendicando il nostro ruolo di guida ma anche aprendoci a nuove individualità e a nuovi alleati, mostrando così generosità. In poche parole: stiamo imparando a saper essere dei primus inter pares e questo varrà anche per il futuro. Il Pdl, invece, è sempre più solo».