ROMA - Il dialogo va bene, ma spingere sul pedale delle tensioni sociali «è poco responsabile». A palazzo Chigi si lavora per preparare il tour internazionale di gennaio del premier e di alcuni ministri, ma alcuni argomenti usati dai sindacati poco piacciono a Mario Monti che si attende dalle parti sociali quella stessa responsabilità mostrata dai partiti. «Soffiare sul fuoco della crisi e parlare di tensioni non fa bene al Paese», chiosa un ministro che al dialogo con Cgil, Cisl, Uil e Ugl non ha mai rinunciato.
Nel governo è però proprio sul metodo di confronto con i sindacati che si registrano le prime e visibili sfumature tra i due ministri chiamati più direttamente ad occuparsi dei provvedimenti della fase due. Molto più aperto alla concertazione e alla condivisione con le parti sociali è il ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, meno disposta a cedere posizioni rispetto alle sue idee di riforma del mercato del lavoro è il ministro Elsa Fornero che avrebbe già messo a punto un suo progetto di riforma della contrattazione. Non a caso la Fornero da giorni chiede al presidente del Consiglio di accelerare i tempi in modo da presentare, nel Consiglio dei ministri che precederà l'eurogruppo del 23 gennaio, anche il suo progetto di riforma e non solo il pacchetto di liberalizzazioni al quale sta lavorando Passera. Per ora Monti non si è sbilanciato e continua a tenersi in stretto contatto con i leader dei partiti che lo sostengono e che ieri ha chiamato al telefono.
Nel governo non siamo ancora al braccio di ferro, ma le diverse sensibilità interne al governo - dovute forse anche alla differente prospettiva con la quale alcuni ministri valutano l'attuale impegno - potrebbero ufficializzarsi durante i tavoli di lavoro che Monti ha deciso di affidare in un prima fase ai ministri competenti. Differenze che però potrebbero essere utili al governo anche per «gestire» le divaricazioni interne tra Cgil, Cisl, Uil e Ugl. Dopo mesi di scontri, che hanno caratterizzato il rapporto con il precedente esecutivo - i sindacati si sono ritrovati insieme dopo la caduta del governo Berlusconi, l'arrivo del governo tecnico e l'avvio di una stagione di duri sacrifici. Le differenze di fondo però restano e riguardano non solo temi di fondo, ma anche la sostanza dei rapporti sindacali nelle fabbriche metalmeccaniche come nel pubblico impiego. Divisioni emerse anche nel momento della stesura della piattaforma dello sciopero generale del 12 dicembre e che potrebbero venir fuori quando la trattativa entrerà nel merito delle misure.
Le differenti sensibilità esistenti tra i suoi ministri e le divaricazioni tra le forze sociali, poco preoccupano il presidente del Consiglio che in questi giorni è seriamente impegnato nel preparare una proposta tutta italiana che permetta all'Europa di superare l'impasse in cui versa Bruxelles e generato dalla più o meno disastrosa gestione della crisi della coppia Merkel-Sarkozy. L'esito del negoziato europeo, dove l'Italia intende giocare ora un suo ruolo convocando a Roma un summit a tre con Francia e Germania, risulta essere quindi decisivo per lo stesso governo tecnico, chiamato a sostituire il precedente esecutivo che sul fronte internazionale non toccava palla da mesi. Un fallimento su questo fronte, rischia quindi trasformare in boomerang uno dei motivi che hanno a suo tempo giustificato la nascita di un governo-tecnico e darebbe ai partiti nuovi argomenti per legittimare il proprio ruolo.
In questo senso la richiesta di essere ascoltati fatta ieri dal capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto, suona un po' come una sorte di «sappiate che ci siamo pure noi» in una fase che i partiti sono costretti a giocare di rimessa sperando che sia il Paese a ricordarsi della loro esistenza.