ROMA Quaranta, ma il Cnel ne conta fino a quattrocento. L'obiettivo prioritario è quello di disboscare la giungla dei contratti atipici lasciandone in piedi neppure una mezza dozzina. Non di più. Il ministro del Welfare, Elsa Fornero, nelle prossime ore dovrà lavorare di forbice e di ago: rendere cioè meno complessa, problematica, spesso contradditoria la gamma degli accordi nazionali, aziendali, territoriali, cercando allo stesso tempo di tenere insieme flessibilità, costi, produttività. Compito ingrato anche perché dovrà fare i conti con sindacati e industriali che hanno quasi sempre obiettivi e interessi diversi e divergenti.
I quaranta contratti atipici dovrebbero poter trovare una sintesi condivisa in un contratto unico nazionale comprensivo di tutele uguali per tutti i lavoratori mentre la parte più rilevante degli aumenti salariali dovrebbe venire dagli accordi aziendali e/o territoriali incardinati sul parametro della maggiore produttività. Cioè più lavori e più guadagni. Qualcuno ha parlato, probabilmente con eccessiva disinvoltura, di modello Fiat. Anche se può rendere l'idea.
Il cosiddetto nuovo «contratto prevalente» dovrebbe essere a tempo indeterminato: maturerebbe al termine di un periodo di formazione della durata dai sei ai trentasei mesi. Salario iniziale basso per poi salire progressivamente con il crescere della produttività. In questi tre anni però potrebbe scattare anche il licenziamento e il conseguente risarcimento garantito dalle imprese. Quindi, sostanziale sospensione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per i neo assunti. Operazione che sarebbe possibile grazie anche all'articolo 8 della manovra-bis varata il 16 agosto scorso. La norma prevede, infatti, eventuali licenziamenti in base ad accordi preventivi sindacati-azienda. Ed è un articolo che permetterebbe in pratica di by passare l'articolo 18 che, invece, ammette il licenziamento esclusivamente per giusta causa. Comunque la cancellazione tout court del 18 non rientra per adesso nell'agenda di governo in quanto una sua solo ipotetica e totale cancellazione scatenerebbe la dura reazione del sindacato e aprirebbe pericolosissime crepe nello schieramento che sostiene Mario Monti. Il premier tuttavia è consapevole che Bce e Unione europea chiedono da tempo il superamento della norma basilare dello Statuto. Prima o poi dovrà porvi mano.
Obiettivo finale del governo è quello di rendere più omogenea possibile la normativa contrattuale sottraendola alla tenaglia della troppa flessibilità in entrata e della eccessiva rigidità in uscita. Via i contratti a progetto, via quelli di collaborazione che mascherano spesso accordi precari. Sì magari a quelli stagionali. Insomma, si punta a una maggiore equità nel mercato del lavoro. Il tutto passa, ovviamente, anche attraverso una ineluttabile rimodulazione contributiva che punti a livellare le discriminazioni tra i lavoratori: oggi i dipendenti pagano il 33%, i collaboratori il 27,7%, commercianti e artigiani arriveranno al 24% soltanto tra sei anni. In prospettiva, il progressivo aumento del lavoro a tempo indeterminato, l'equiparazione verso l'alto dei contributi e una minore imposizione fiscale dovrebbe poter eliminare il drammatico gap tra vecchia e nuova generazione dei lavoratori.
Paracadute per chi perde il posto ma non potrà rifiutare un lavoro
Più controlli contro il sommerso e corsi di formazione
ROMA Non può esserci riforma delle pensioni senza una riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali. Elsa Fornero lo ha detto sin dall'inizio. Ora che la riforma delle pensioni è stata fatta e ha di fatto cancellato le pensioni di anzianità, non resta che passare alla fase 2 anche su questo terreno, quello del welfare. Sono molte le ragioni per muoversi in questa direzione: costi elevati, molteplicità di interventi che garantiscono sì una copertura concreta ma non aiutano ad andare oltre, cioè a ricollocare il personale espulso dalle crisi aziendali, congiunturali o strutturali che siano. La parola d'ordine, anche in questo caso, sembra essere «semplificazione», quindi trasparenza. Si cercherà, in altre parole, di sostituire i tanti rivoli del welfare con una protezione di tipo europeo per i disoccupati. Una riforma, oltretutto, l'ha sollecitata anche la Bce in agosto. L'ultimo intervento del presidente Napolitano si muove dunque in questo solco e in una logica che mira a rassicurare i sindacati sui cambiamenti che verranno.
Nel 2010 lo Stato, attraverso l'Inps, ha speso quasi 20 miliardi (19,7 per l'esattezza) per sostenere 3,9 milioni di dipendenti rimasti a terra. In questa cifra sono incluse la cassa integrazione guadagni (ordinaria, straordinaria e in deroga), l'indennità di disoccupazione e la mobilità. Oltre ai contributi figurativi che vengono comunque versati. Nel 2011 non ci si scosterà di molto da queste cifre anche se le ore di Cig autorizzate sono in flessione del 20% e quelle effettivamente utilizzate sono il 46%. «C'è una lenta inversione di tendenza ha dichiarato il presidente dell'istituto, Mastrapasqua e penso che nel 2012 sarà confermata».
Nei 20 miliardi del consuntivo 2010 non sono inclusi i prepensionamenti. E d'altra parte, dal 1° gennaio di quest'anno non si può più ricorrere alle uscite anticipate prima di aver compiuto 62 anni e accumulato almeno 42 anni di contributi. Viene a cadere così uno dei pilastri del welfare made in Italy, quello a cui si arrivava nei casi più difficili dopo un periodo in cassa integrazione e poi in mobilità. Infine, anche la virata sul sistema contributivo spinge verso una riforma degli ammortizzatori a stretto giro di posta.
Dove e come si interverrà? Il governo è al lavoro ma il tema è aperto in attesa degli incontri con le parti sociali che si terranno tra il 9 e il 15 gennaio, più o meno. Un primo saggio della direzione che intende tenere si è avuto ieri. «Interverremo presto ha annunciato Fornero sulla pratica delle dimissioni in bianco», quelle chieste soprattutto alle donne al momento dell'assunzione per potere interrompere più facilmente il rapporto di lavoro, per esempio in caso di maternità. Una pratica «deviante». Il ministero «sta studiando modi e tempi di un intervento complessivo, a carattere risolutivo», anche utilizzando le procedure informatiche oggi disponibili.
Tornando al capitolo degli ammortizzatori, da questo sostegno oggi sono esclusi tutti quelli che un lavoro non riescono a trovarlo. E sebbene sia difficile pensare di realizzare anche in Italia, come in quasi tutto il resto d'Europa, il modello del reddito minimo garantito, non lo si può nemmeno escludere a priori. Il problema sono le risorse (costerebbe circa 25 miliardi), vista l'attuale situazione della finanza pubblica.
Quel che è certo è che nella rivoluzione degli ammortizzatori si accentueranno i controlli contro il lavoro sommerso. E anche il lavoratore italiano dovrà prepararsi a finalizzare il sussidio che otterrà: a corsi di formazione e comunque all'obbligo di accettare le proposte di lavoro che si dovessero presentare. Per evitare che la precarietà diventi permanente.