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Data: 10/01/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Lo strappo di Maroni e la tensione sui fondi. Scontro nel Carroccio dopo le rivelazioni sugli investimenti off shore del partito

MILANO - La faccia di Bobo Maroni all'uscita dalla sede di via Bellerio annuncia che la segreteria politica dei leghisti è stata tutt'altro che serena. «Incavolato è dir poco» sostengono gli impiegati del partito che lo vedono filar via rapido. Eppure in linea teorica Maroni è il vincitore della riunione: da tempo spinge per ampliare le distanze fra Carroccio e Pdl, e l'annunciato sì all'arresto di Cosentino va in questa direzione. Ma il prezzo della vittoria è altissimo per l'ex ministro dell'Interno, sempre più isolato nel vertice leghista.
Il partito di Bossi esce con le ossa frantumate da una riunione che nelle previsioni doveva essere di semplice routine. Improvvisamente, infatti, esplodono rancori fino a ieri riservati alle trame da corridoio: «Se trovo chi va in giro a dire certe cose sul mio conto» dice Maroni rivolto al capogruppo del Senato Bricolo «digli pure che gli spacco la faccia». Bossi è lì, ascolta tutto, e non è stupito avendo appena rinfacciato a colui che un tempo era il suo pupillo «di pensare ai soldi e di voler fare un altro partito».
Il «caso Cosentino» non è che un pretesto dello scontro in atto nella Lega, infatti la discussione sul tema porta via poco tempo. Anche Bossi, del resto, sa che nell'affannoso tentativo di recuperare i consensi perduti conviene al movimento padano provare a far dimenticare il vincolo inossidabile che in nove anni di governo ha tenuto insieme il suo partito e quello del Cavaliere. Così, dopo meno di un quarto d'ora, la decisione viene presa: «Voteremo sì all'arresto, sia in giunta che in aula». Proprio a quel punto, però, si scatena il finimondo.
Nella sede leghista è presente anche il tesoriere Francesco Belsito. L'altro giorno il Secolo XIX ha rivelato che nei giorni fra Natale e Capodanno ha movimentato quasi dieci milioni di euro del partito verso la Norvegia, la Tanzania e Cipro. Adesso qualcuno, nella sede di via Bellerio, manifesta imbarazzo per la vicenda, soprattutto in un momento in cui il quotidiano di casa - La Padania - naviga in pessime acque e ai militanti si chiedono sacrifici personali per pagare gli affitti delle sedi.
Belsito (propaggine della famiglia Bossi) si difende: «Investimenti regolari». Maroni lo affronta ottenendo di inserire l'argomento nell'ordine del giorno del prossimo Consiglio Federale, dando così un'aura di ufficialità a uno scandalo che gli uomini vicini al capo preferivano occultare. Nella confusione che ne segue c'è chi accusa l'ex ministro dell'Interno di tramare ai danni della Lega. Lo stesso Bossi lo schernisce: «Vuoi fare il capogruppo alla Camera per controllare la cassa del partito a Montecitorio. Ma il capogruppo non te lo faccio fare».
Quasi nessuno difende Maroni, ormai isolato in un comitato politico i cui membri sono in maggioranza vicini alla famiglia Bossi. E così l'accusato contrattacca. Guarda dritto in faccia il Senatùr: «Ti dicono cose sul mio conto che non sono vere, sono l'unico che non ha mai preso un soldo dalla Lega e tu lo sai. Né ho mai messo in giro voci che possano danneggiarci, semmai sono altri che lo fanno sul mio conto». Allude ad alcuni senatori, senza farne i nomi, e poi si rivolge a Bricolo: «Dì a quelli lì che gli spacco la faccia». Bossi prova a riderci su per svelenire il clima, ma l'impresa è ardua. Vanno via tutti senza dire una parola, solo Maroni si ferma davanti ai microfoni: «Se abbiamo parlato della vicenda del tesoriere? Sì, ma non voglio parlarne con voi».

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