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Data: 12/01/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Cosentino, Bossi fa dietrofront «Lascio libertà di coscienza» Berlusconi chiama il Senatùr, anche i sei Radicali contro l'arresto. Mossa per ridimensionare Maroni ma l'ex ministro è deciso a votare sì

Alfano pronto a commissariare il partito in Campania, Fitto favorito

ROMA - Il dietrofront di Umberto Bossi, arrivato in tarda serata dopo un forte pressing di Silvio Berlusconi, scioglie molte tensioni, ma non tutte, tra Pdl e Lega sul caso Cosentino, per il quale l'aula della Camera oggi, a mezzogiorno, è chiamata a votare la richiesta d'arresto avanzata dalla procura di Napoli per presunti legami con il clan dei Casalesi. L'esito è assai incerto, malgrado l'apertura del leader della Lega il quale lascia «libertà di coscienza» ai deputati del Carroccio, in quanto, nelle carte giudiziarie contro il coordinatore campano, a suo giudizio, «non c'è nulla». Aggiungendo: «Bisogna stare tranquilli quando si tratta di arresto, i magistrati imparino a fare i processi». Ma queste affermazioni non hanno convinto tutti i berlusconiani: secondo alcuni dirigenti Pdl oggi verranno a mancare i voti dei «maroniani» che difficilmente cambieranno idea anche in presenza della nuova direttiva bossiana.
Nessuno azzarda pronostici, nonostante la somma dei voti tra Pdl e Lega favorisca sulla carta una soluzione indolore, con una maggioranza che dice no alle manette. La richiesta di voto segreto, che il Pdl presenterà a inizio seduta (sono già state raccolte le 30 firme necessarie), può sovvertire qualsiasi previsione. Voteranno per il sì all'arresto il Pd, l'Idv, l'Udc e il Fli. Contrari, oltre a Pdl e Lega, anche i Responsabili e i sei Radicali. Tra l'altro, l'ex procuratore di Napoli, Giandomenico Lepore, ha sottolineato che nella richiesta dei pm «non c'è fumus persecutionis», replicando alle critiche di Bossi sulla fondatezza dell'accusa: «Spero che quando ha letto le carte avesse le lenti».
Sulla segretezza dell'urna è scontro tra i partiti. L'Idv di Di Pietro chiederà il voto palese. E in serata, il coordinatore campano del Pdl è stato ricevuto a cena a Palazzo Grazioli, ospite dell'ex premier. Argomento principale, le sue dimissioni dall'incarico di partito.
Silvio Berlusconi si è mosso fin dal mattino per ottenere l'assenso della Lega, il cui Consiglio federale, non più tardi di due giorni fa, aveva decretato di votare per l'arresto di Cosentino. Ha chiamato Bossi almeno due volte, anzi, l'avrebbe anche incontrato personalmente. E la conversazione, più che sulle conseguenze dell'alleanza tra Pdl e Lega, è stata sulla vicenda giudiziaria. L'ex premier ha battuto sul tasto dell'assoluta mancanza di prove esibite dai magistrati napoletani, in base a una nuova memoria presentata ieri da Cosentino. Bossi, a questo punto, avrebbe ceduto. Ha cambiato idea cancellando persino la decisione assunta dall'organo federale del partito. Berlusconi con vari esponenti del Pdl avrebbe parlato anche di altri argomenti, come le conseguenze per l'appoggio al governo Monti. Più espliciti alcuni deputati, secondo i quali «strappare» su Cosentino, porterebbe a «un suicidio politico» dell'alleanza Lega-Pdl.
Al di là dell'esito, è assai probabile che Cosentino possa lasciare il ruolo di coordinatore in Campania. «Si dimetterà solo se glielo chiede Berlusconi», hanno fatto sapere i suoi. Angelino Alfano ha valutato la possibilità di commissariare il partito. Favorito per il ruolo di commissario è l'ex ministro Raffaele Fitto, ma spunta l'ipotesi di un direttorio formato da Maurizio Lupi, Raffaele Fitto e Mara Carfagna.

Mossa per ridimensionare Maroni
ma l'ex ministro è deciso a votare sì

MILANO - L'affare Cosentino è una partita doppia per i leghisti. Da una parte i rapporti con Berlusconi, dall'altra gli equilibri interni sempre più delicati e sempre più avvelenati. La retromarcia di Bossi rispetto alla decisione di lunedì è certo frutto del pressing del Cavaliere, ma anche dei caldi consigli degli uomini più vicini al clan familiare del Senatùr a cui non par vero di poter tendere una trappola al loro nemico numero uno: Bobo Maroni.
Era stato l'ex ministro dell'Interno, due giorni fa, a pilotare il partito verso il voto sfavorevole all'uomo del Pdl campano. Ora la frenata di Bossi viene interpretata come una lusinga e un ammiccamento all'amico Silvio, ma soprattutto come un ridimensionamento al movimentismo di Maroni. Il quale però non considera chiusa la partita. A Montecitorio la maggior parte del deputati padani sta dalla sua parte, pronta quindi a votare per l'arresto di Cosentino: una prova di forza non da poco nel braccio di ferro che sta lacerando il Carroccio.
«Umberto non ha smentito Bobo» maligna un onorevole in cravatta verde molto distante dal clan di Gemonio «Semmai ha smentito sé stesso, visto che la decisione di dire sì alla cattura era stata presa all'unanimità». Circostanza confermata pubblicamente da Roberto Cota e da Luca Paolini, entrambi presenti all'ufficio politico di lunedì. Adesso, tuttavia, all'ex inquilino del Viminale viene rimproverato di aver resa pubblica quella scelta, come se avesse voluto assumersene l'esclusiva paternità.
«Maroni ha parlato per sé, io obbedisco solo al segretario federale» tuona la deputata veneta Paola Goisis. Tacciono invece i vari Reguzzoni, Bricolo, Belsito, cioè le prime file del clan. Per loro l'obiettivo minimo è già raggiunto: convincere il Senatùr a ridimensionare l'attivismo del nemico interno. Andare oltre, chiedendogli di imporre il voto contrario all'arresto, sarebbe difficile anche per loro dal momento che alla prova dei numeri rischierebbero di perdere potendo controllare soltanto una esigua minoranza di deputati.
Maroni ieri sera ha riunito in un ristorante della Capitale un cospicuo numero di parlamentari a lui vicini. Ce ne sono alcuni, infatti, che per ragioni di coscienza vorrebbero comunque risparmiare il carcere al coordinatore del Pdl campano. Fra questi anche personaggi di spicco come Giancarlo Giorgetti. L'ex ministro ha provato a convincerli che in questo momento più saranno i voti leghisti a favore dell'arresto più sarà forte il peso della loro corrente nel partito. «A meno che non vogliamo farci schiacciare del tutto».


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