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Data: 12/01/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Referendum, slitta la sentenza la Consulta riapre i giochi. Il rigetto dei quesiti elettorali non è più dato per scontato

ROMA - Non sono bastate alla Corte Costituzionale quasi sei ore di camera di consiglio per decidere sull'ammissibilità dei referendum per l'abrogazione dell'attuale legge elettorale, il cosiddetto porcellum di Roberto Calderoli. La Consulta, dopo gli interventi dei professori e degli avvocati arruolati dal Comitato promotore come difensori dei due quesiti referendari e una lunga camera di consiglio ha infatti interrotto in serata i propri lavori rinviando la decisione alla giornata di oggi.
Questo ritardo, rispetto all'attesa che in molti ritenevano dovesse concludersi nella serata di ieri, ha dato corda all'interpretazione secondo la quale la discussione, introdotta dal relatore Sabino Cassese e sviluppata dai 15 giudici sotto la presidenza di Alfonso Quaranta abbia preso una piega più articolata di quanto ci si aspettasse. Insistenti boatos nei corridoi del Parlamento davano infatti per prevalente tra i quindici della Consulta l'orientamento a ritenere inammissibili i referendum, sulla base della considerazione che la cancellazione dell'attuale legge elettorale non potesse fare automaticamente rivivere il mattarellum creando così un inconcepibile vuoto normativo. Naturalmente, a questa lettura si oppongono i referendari, così come sono profondamente divisi i costituzionalisti italiani, firmatari di opposti documenti in materia. E ieri, quando alla Camera tra i deputati del Pd si è diffusa la voce di una sentenza di bocciatura, Arturo Parisi, alfiere dell'ala referendaria dei democrat, ha invitato tutti ad «aspettare con calma», interpretando poi il rinvio ad oggi come «un buon segno: vuol dire che nella Corte c'è discussione».
A sostenere le ragioni dei referendum davanti alla Corte sono stati gli avvocati Nicolò Lipari e Federico Sorrentino per il primo quesito, quello che più arditamente e, secondo i più, con minori possibilità di essere ammesso, chiede l'abrogazione totale della legge Calderoli. Seguiti dai loro colleghi Alessandro Pace e Vincenzo Palumbo in difesa del secondo quesito che elimina solo alcune parti della contestata legge elettorale e sul quale si appuntano le maggiori speranze dei referendari. Lo stesso Pace si è detto fiducioso sul fatto che «se la Consulta giudicherà secondo diritto, non potrà dire di no perché così è nella teoria del diritto». Il professore referendario ha sottolineato come troppi aspetti del porcellum contrastano con «i principi di razionalità e ragionevolezza» che invece ispiravano il mattarellum. Diametralmente opposta la tesi di Calderoli, il quale afferma che un sì al referendum «potrà essere dato solo sulla base di motivazioni politiche, in seguito alla pressione dell'elevato numero dei sottoscrittori e dei media. Mentre - sostiene l'ex ministro leghista - un pronunciamento nel merito non può che essere di inammissibilità. Perché anche se si facesse rivivere il mattarellum, questo sarebbe inapplicabile per la mancata ridefinizione dei collegi elettorali e per gli effetti della legge sul voto degli italiani all'estero». Al contrario, per l'avvocato Palumbo, la Corte prima di respingere i quesiti «deve pensarci un milione e 200 mila volte, quanti cioè sono i cittadini che vogliono una nuova legge elettorale».
E di nuova legge elettorale, a prescindere da quella che sarà la decisione della Consulta, si occupano i partiti. Tutti in ordine sparso e ancora ben lontani da un minimo di intese sufficienti a partorire una legge condivisa. Il solo cemento comune tra le varie posizioni sembra quello dell'introduzione della possibilità di scelta degli eletti. In questo senso e «per riscattare la politica dal discredito in cui è caduta», il vicesegretario del Pd, Enrico Letta, propone a Pdl e Udc un tavolo comune o un «forum» per individuare una legge elettorale «che ridia il potere di scelta all'elettore e garantisca l'efficienza del sistema». La prospettiva di un confronto limitato alle sole forze che appoggiano Monti, fa gridare alla discriminazione l'Idv, il cui potavoce Leoluca Orlando si appella al capo dello Stato perché garantisca «il rispetto per il milione e 200 mila firme referendarie e il pieno coinvolgimento di tutte le forze politiche in Parlamento nella formulazione della nuova legge elettorale».

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