MILANO - Schemi saltati, tutti contro tutti, scazzottate fra parlamentari, e dalla base un'invocazione mai udita prima d'ora: «Bossi vergogna, hai difeso un camorrista, fatti da parte». Dopo il voto pro Cosentino la Lega Nord è un campo di battaglia, rancori e odi tra padani divengono pubbliche dichiarazioni di rivalità, per la prima volta i dissensi sono esternati in modo manifesto. Mai si era vista, per esempio, una presa di distanza di un fedele custode dell'ortodossia come Borghezio: «Il voto è un tradimento delle idee della Lega».
Il partito è in frantumi, lo scambio di battute a distanza fra Maroni e Bossi ne è la colonna sonora più calzante. Il primo si abbandona alla critica con una disinvoltura rara. «Ho votato per l'arresto, non ho condiviso la linea di lasciare libertà di coscienza. La base non capirà e ce la farà pagare». Il suo capo lo sbeffeggia: «Maroni scontento? Non piangiamo di certo, la Lega non è forcaiola». Litigano puree sul resto: «Ci vuole una nuova legge elettorale» commenta l'ex ministro dell'Interno dopo il no della Consulta al referendum. «La miglior legge elettorale è quella che c'è» replica l'Umberto.
Su Facebook e sui forum i militanti più inferociti chiedono esplicitamente a Maroni di prendere in mano la situazione. Uno che si firma Alberto da Giussano va giù pesante: «Si deve cambiare segretario, ormai il vecchio condottiero si inciucia col nano...». Anche ai vertici del partito il clima è pesantissimo. Durante la riunione degli onorevoli in cravatta verde il veneto Dozzo si scaglia contro Paolini che vuole votare contro l'arresto del pidiellino campano. Volano schiaffi e spintoni, devono intervenire altri deputati per separarli.
Il vero pomo della discordia è sempre lo stesso: l'alleanza con Berlusconi. Che pareva allentata dopo la nascita del governo Monti, ma che improvvisamente torna ad essere evidente, per quanto camuffata. Quelli che stanno intorno al Senatùr - la moglie, i capigruppo Reguzzoni e Bricolo, il tesoriere Belsito, Rosy Mauro - privilegiano il rapporto col Cavaliere, per questo hanno premuto per una linea morbida sull'affare Cosentino. Alla fine hanno ottenuto ciò che volevano, e poco importa se i voti leghisti siano stati una trentina (versione Paolini) o una decina appena.
Maroni, dopo lo smacco, riunisce alcuni suoi fedelissimi. Assicura che l'intenzione non è quella di andarsene dal partito: «A meno che non mi caccino, e a questo punto non escludo niente». Prova ad accendere gli animi sostenendo che quella del clan di Gemonio è una vittoria di Pirro: «La base adesso capirà chi nel partito vuole difendere i veri valori della Lega e chi vuole solo fare i propri interessi. La sola cosa che dobbiamo fare adesso è far capire a Bossi che deve tornare anche lui a sventolare la bandiera leghista».
Lui dice così, forse ci crede, più probabilmente ci spera, più realisticamente sa che è un sogno destinato a infrangersi contro interessi inconfessabili.