Il Cavaliere: mai una legge contro di voi. Resta però la distanza sul governo
ROMA - Un asse ormai arruginito, altro che inossidabile, quello tra Berlusconi e Bossi, ma che tra parlamentari impauriti più dal loro futuro che dallo spread, funziona ancora e salva Nicola Cosentino dalla seconda richiesta d'arresto. Gongola Silvio Berlusconi lasciando Montecitorio e non infierisce troppo sull'alleato in camicia verde («non l'ho convinto io ma i fatti») che solo qualche giorno fa issava cartelli contro la presunta «rapina» contenuta nella manovra varata dal governo Monti, mentre ieri vestiva i panni della forza moderata, garantista e che non «è mai stata forcaiola». La memoria dei cappi sventolati in aula nel '93 deve essere svanita al Senatùr che, camminando sorretto dai suoi intimi, non risparmia fendenti all'ex ministro dell'Interno, Roberto Maroni, che ora spera di potersi prendere la rivincita nei congressi, ammesso che il consiglio federale dia il via libera, vista la ferocia della base-padana che si è subito scatenata dopo la scelta di salvare Cosentino.
Cavaliere e Senatùr confermano di controllare come un sol uomo i rispettivi gruppi parlamentari, finendo col ritrovarsi al centro del ring come due vecchie glorie che riempiono gli stadi perché il ricordo di quello che è stato rende meno angoscioso il futuro. L'intesa è però destinata a tornare presto in tensione a causa del pacchetto di liberalizzazioni che dovrà essere varato tra qualche mese e che servirà, come la manovra di dicembre, a domare lo spread ed evitare che tassi alti penalizzino anche le aziende della famiglia-Berlusconi. La Lega, invece, non disdegna i tassi alti e non solo perché investe in Tanzania, ma anche per dimostrare che l'attuale premier, «sarà pure di Varese, ma sa mettere solo tasse», come sostengono i lumbard. Nel voto a primavera sperano solo i falchi del Pdl, ma Bossi spera ancora nell'incidente e continua la sua scommessa contro Monti e contro l'Italia stessa.
Giornata pesante per Maroni che ieri, sconfitto su Cosentino, ha anche perso ogni speranza di guidare il Copasir riconfermato nella sua composizione, e ha visto cadere pure l'arma del referendum elettorale che fino a qualche giorno fa rappresentava l'argomento forte per quanti teorizzano una corsa solitaria del Carroccio alle prossime elezioni.
Invece, se c'è una garanzia che il Senatùr ha avuto dal Cavaliere in questi giorni di frequenti contatti è quella sulla legge elettorale: «Umberto stai tranquillo! O si va a votare con l'attuale sistema oppure accetteremo ritocchi marginali che non compromettano l'alleanza».
La maggioranza che ha salvato Cosentino dall'arresto è la stessa di sempre «che ha retto il governo Berlusconi», sottolinea l'ex ministro Matteoli. D'altra parte, qualche inevitabile voto incrociato e i Radicali, che da subito avevano manifestato la propria contrarietà alle manette, poco avrebbero influito sull'esito del voto se non ci fosse stato il contributo massiccio del Carroccio che si è prevalentemente allineato alle indicazioni del Senatùr. Se un po' dell'antica solidarietà rivivrà tra i due ossidati leader, sarà proprio sulla legge elettorale, che però taglia di netto quelle speranze di dialogo al centro che nel Pdl in molti coltivano da tempo. Da ieri l'intesa del Pdl con l'Udc è ancora più lontana e seppure la pattuglia campana, guidata dalla Carfagna, incassa le dimissioni da coordinatore dell'ex sottosegretario, i margini di manovra concessi dal Cavaliere sono pochissimi.
Sembra averlo ben compreso il segretario del Pdl Angelino Alfano che ieri è andato a ribattezzare la storica e irrequieta sede del Msi di piazza Tuscolo. Ora Pdl, naturalmente.