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Pescara, 15/06/2026
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Data: 15/01/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Lega, la sfida di Maroni spinge Bossi alla tregua. Dopo il divieto di parlare in pubblico, l'ex delfino non si piega. La base è con lui

Il Senatùr: un comizio insieme. La replica: spero si possa chiarire

ROMA - Situazione rabberciata al vertice della Lega. Dopo il crescendo di tensioni e la sollevazione della base contro il bavaglio politico imposto da Bossi a Roberto Maroni, il Senatùr ha pensato bene di non andare allo scontro finale. Già dalle prime ore del mattino, sul proprio Facebook, l'ex ministro dell'Interno si diceva «ferito e umiliato» dal divieto di intervenire alle manifestazioni di partito e prometteva di «non mollare». Seguiva la vera e propria sfida dell'ex delfino al suo antico, ma non più incontrastato, capo di aderire alla pioggia di inviti a incontri e manifestazioni organizzati, in spregio al divieto, da una base partigiana e decisamente in subbuglio. A cominciare dall'appuntamento di mercoledì prossimo nel territorio a lui amico di Varese. A questo punto - con, inoltre, la non priva di insidie partecipazione di Maroni alla puntata di questa sera di Che tempo che fa - il repentino dietro front di Bossi. L'annuncio della tregua veniva dato dalla Padania, a cui un Senatùr, disinvoltamente dimentico degli scambi verbali al calor bianco di poche ore prima col suo una volta disciplinato seguace, negava l'esistenza di veti alla partecipazione di Maroni alle manifestazioni della Lega e annunciava che presto avrebbero tenuto un comizio insieme.
Al ramoscello d'ulivo portogli, l'ex titolare del Viminale - quietati i «conati di vomito» che solo la sera prima lo avevano preso quando si era sentito messo alla porta «senza spiegazioni» dopo il suo voto per l'arresto di Cosentino - ha riservato costumata accoglienza. Almeno nelle forme, e in quadro politico dove le scelte, all'interno della Lega, sembrano dettate più da tatticismi e contingenze. Prima tra queste la manifestazione del 22 gennaio a Milano contro il governo Monti, che rischiava l'annullamento davanti al pericolo di portare in piazza un esercito del Carroccio con due bandiere e due divise diverse. «Sì, Umberto Bossi mi ha chiamato al telefono - ha confermato Maroni - e ci siamo parlati. Ora spero che la cosa sia chiarita definitivamente». Parole seguite da un altro intervento su Facebook, in cui l'ex ministro dell'Interno, «dopo una giornata di passione» rende grazie a militanti e amici per la «commovente manifestazione di affetto che mi avete dato». E, in effetti, la mobilitazione della base, assieme a quella di sindaci e amministratori della Lega a fianco dell'uomo che tra i lumbàrd viene ritenuto il fiore all'occhiello dell'esperienza governativa leghista, ha avuto decisamente il suo peso in quella che sembra solo una tappa - oggi conclusasi con una tregua armata - di una resa dei conti ancora tutta vedere tra le due anime del Carroccio. I maroniani, infatti, si sono mossi da tutte le loro roccheforti sparse sul territorio nordista, a partire da Varese e Verona dei sindaci Fontana e Tosi, ma anche dalla stessa Gemonio era arrivato un invito a Maroni per una manifestazione, praticamente sotto le finestre di casa del Senatùr. Insomma, la Lega come una pentola che bolle, il coperchio messo ieri con il collante dei consueti slogan inneggianti alla liberazione della Padania terrà, salvo sorprese, almeno fino alla piazza di domenica prossima. Il dopo riposa tutto sulle ginocchia di dio Po.

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