Onorevole De Laurentiis qual è la fida più grande per l'Abruzzo nel 2012?
«Quella di aumentare la sua capacità competitiva. E' necessario organizzare un sistema-regione più funzionale economicamente ma al tempo stesso più solidale».
Come si fa?
«Intanto, è necessario riqualificare la spesa pubblica per indirizzarla sulle grandi direttrici dello sviluppo. Poi bisogna sostenere lo sforzo competitivo del sistema industriale abruzzese. Finora abbiamo goduto del traino importante dell'economia tedesca: siamo la seconda regione italiana, dopo il Trentino Alto Adige, per quantità di esportazioni verso la Germania. Nello sforzo verso una maggiore competitività va inserita anche la vicenda dell'Aquila dove è in gioco non solo la ricostruzione del territorio ma anche la capacità di una regione, segnata da un tragedia così importante, di riuscire a imporre le sue scelte e le sue necessità alla comunità nazionale».
Che bilancio fa del 2011 abruzzese?
«Il 2011 è stato segnato da un tentativo di risanamento della spesa pubblica da parte del governo regionale che dimentica, però, che questa azione non può essere avulsa da obiettivi di sviluppo e di crescita. Pensare di poter continuare a imprimere un inasprimento fiscale significa non tenere conto di ciò che fa arretrare il tenore di vita della società abruzzese e contestualmente rende più difficile per le aziende tenere il passo con la competizione globale».
Cosa cambia per l'Abruzzo con il governo Monti?
«Il cambiamento riguarda non solo l'Abruzzo ma tutta la società italiana. Il governo Monti sta imprimendo un'accelerazione su questioni come il risanamento del bilancio dello Stato e la credibilità delle istituzioni. E accanto a questo c'è una compostezza, un'assenza di esibizione di status che rendono più credibile il dover sopportare un peso così forte come quello imposto dall'ultima manovra. Rispetto agli sviluppi della manovra, c'è un peso ulteriore che cadrà sulle spalle deegli abruzzesi. In questo ha anche ragione il presidente Chiodi: avremo meno risorse disponibili su cui lavorare e, proprio per questo, ci vorrà una capacità strategica straordinaria per far sì che gli interventi siano mirati alla crescita, a produrre sviluppo e a rendere più competitivo il sistema-Abruzzo. Quella delle liberalizzazioni, per esempio, è una fase su cui, in questa regione, forse si è perso troppo tempo e sulla quale era necessaria un'azione più determinata del governo regionale».
Le possibilità di ripresa dell'Abruzzo sono legate indissolubilmente alla ricostruzione dell'Aquila?
«La ricostruzione è uno degli elementi. Una tragedia così grande può essere anche un elemnto di traino dell'economia. Ma bisogna avere la forza per fare in modo che il governo nazionale tenga fede ai suoi impegni e affidi alle autorità locali preposte i fondi necessari per avviare la ricostruzione pesante dell'Aquila. Ma penso anche alle infrastrutture della nostra regione».
Quelle che mancano?
«In Abruzzo abbiamo, in questo campo, un tasso al di sotto della media nazionale. Questo produce squilibri in termini di crescita e di scambi commerciali e anche rischi di marginalizzazione dell'Abruzzo. Le infrastrutture sono elementi di coesione non solo fra le diverse aree dell'Abruzzo ma anche fra le grandi direttrici del traffico di merci e persone e rispetto ai grandi mercati di sbocco della regione come Roma, la Puglia, il Centronord, con difficoltà crescenti per le aziende».
Le infrastrutture esistenti sono gestite bene?
«Ne abbiamo alcune di grandi, come gli interporti o il centro di smistamento merci della Marsica, ma sembrano quasi delle monadi. Non c'è una regia complessiva di queste infrastrutture che non dialogano fra di loro, non sono fattori di valorizzazione della mobilità delle persone e delle merci e, quindi, non contribuiscono al Pil abruzzese nella misura in cui potrebbero. A questo proposito mi chiedo: è così difficile immaginare una società di gestione, aperta anche ai privati, che valorizzi le grandi infrastrutture?».
L'azienda unica di trasporto pubblico locale varata dalla Regione è molto contestata dalla maggioranza di centrodestra: lei, che è stato presidente per 8 anni dell'Arpa, che cosa ne pensa?
«Ho letto le dichiarazioni del senatore Tancredi in favore della privatizzazione delle tre aziende pubbliche. Io penso che rileggere la storia degli ultimi trent'anni di privatizzazioni dovrebbe insegnare qualcosa. Abbiamo trasformato dei monopoli pubblici in monopoli privati senza che i cittadini abbiano goduto di un abbassamento dei prezzi e delle tariffe. Nei trasporti io credo che fare un'azienda unica significhi anche realizzare economie di mezzi e strutture da destinare altrove. D'altronde, dove sono i soggetti privati abruzzesi in grado di investire le risorse ingenti che sono necessarie per rilevare le nostre tre aziende?».
La competitività delle imprese abruzzesi. Gli imprenditori si lamentano di pedaggi autostradali più alti rispetto a regioni confinanti e di pastoie burocratiche regionali come quelle della procedura per la Via, la Valutazione dell'impatto ambientale, e di altro ancora. Che cosa bisogna fare per aumentare la competitività delle imprese abruzzesi?
«Il primo ostacolo è dato dal fatto che in Abruzzo continuiamo ad avere una pressione fiscale eccesiva, soprattutto per alcune aziende. Bisogna trovare mezzi per incentivare le imprese che vogliono assumere giovani e aiutare le aziende avviate da giovani. Nella fase dello start-up di queste aziende dovremmo prevedere una fiscalità di vantaggio e sgravi per i neo-assunti a tempo indeterminato».
In primavera si voterà all'Aquila: sarà un test di valore regionale e nazionale?
«E' certamente un voto imporante, ma credo che lì vada riconosciuta una specificità aquilana. In queste settimane si va scoprendo un attivismo della società civile aquilana che cerca una sua dimensione e vuole essere protagonista dei prossimi appuntamenti elettorali. Si tratta di capire se questi movimenti riusciranno a raggiungere i loro obiettivi e come saranno le performance dei partiti tradizionali. Credo, quindi, che il voto dell'Aquila sarà soprattutto un test del gradimento dei partiti e della politica in generale».
Come giudica i tre anni della giunta Chiodi: è opportuno che il goveratore lasci gli incarichi di commissario per la ricostruzione e per la sanità?
«E' evidente che, in questa fase, i risultati non sono positivi. Per cui, ogni elemento che aggrava il peso quotidiano rappresenta un fardello di cui, in un qualche momento, bisognerebbe pensare di liberarsi. Ma sta alla sensibilità del presidente Chiodi valutare se liberarsi di incarichi così gravosi».
Se fosse nei suoi panni, lei che cosa farebbe?
«Se mi rendessi conto di non riuscire a farcela, me ne libererei».
Se dovesse dare un consiglio a Chiodi quale sarebbe?
«Continuo a dargli sempre lo stesso consiglio. Prendiamo la vicenda del Patto per l'Abruzzo, per esempio. Io condivido il principio che stava alla base del Patto, cioè trovare un forum di lavoro e di obiettivi condivisi con il sistema-regione. Ma il Patto non può essere solo una rappresentazione teatrale. Da lì deve emergere una concreta volontà di perseguire gli obiettivi che ci si è dati. Chi ha la responsabilità di governo deve essere un elemnto di coesione sociale, economica e progettuale. Basta, quindi, con questo accusare di "coltivatori di orticelli" chi avanza critiche al Patto. E' un linguaggio che un presidente di Regione non deve usare. La Confartigianato, per fare un esempio, qaundo parla dei confidi sta ponendo un problema serio».
Dopo la Rai di cui è membro del Cda, cosa c'è nel suo futuro, un ritorno alla politica attiva magari come candidato alla presidenza della Regione?
«Sono abituato a ragionare con orizzonti temporali molto più a portata di mano. Non mi interessa ragionare con orizzonti così lontani. Cercherò di fare quel che ho continuato a fare in questi tre anni che sono fuori dal Parlamento. Cioè dare un contributo di idee alla mia regione. Oggi più che mai è importante costruire elementi di coesione in una regione come l'Abruzzo così lacerata dalla crisi economica e dall'incapacità di riprendere in mano il bandolo della matassa dello sviluppo».