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Pescara, 06/04/2026
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23/01/2012
Il Messaggero
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Umberto fischiato, la piazza vuole Maroni. La tensione interna resta alta, l'ex ministro rifiuta di dare la mano a Reguzzoni
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MILANO - La piazza intona Va' Pensiero, la manifestazione è finita, gli applausi nascondono i fischi, Umberto Bossi crede di averla scampata bella e tira un sospirone: «Grazie per essere venuti a sostenere la pace di Milano». Di quale pace vada parlando nessuno lo capisce, tantomeno Mario Borghezio - il vate del secessionismo padano - che per l'occasione ha dissepolto un'ascia bipenne che sa molto di guerra, o di «voglia di pulizia» come declama lui. Infatti i militanti gli si avvicinano riconoscenti: «Se stiamo ancora in questo partito è merito dei pochi come te». La pace di Milano, nella testa di Bossi, è quella che rimette insieme i cocci padani, che placa le opposte fazioni, che sopisce in un sol colpo odi e rancori: «Maroni e Reguzzoni, abbracciatevi» esorta dal palco il vecchio e malandato capo, come uno speranzoso padre di famiglia che nel dì di festa s'illude di riportare armonia tra i figli in conflitto. Quei due invece si sfiorano appena, guardandosi in cagnesco. E la piazza è ugualmente divisa, lacerata, incapace di mettere una pietra sopra il livore che la consuma. «D'ora in avanti nessuno potrà più fingere» pronostica un deputato padano che conosce a menadito i meandri leghisti. Come dire che per stare nel Carroccio è ormai necessario dire senza infingimenti se si sta dalla parte del cerchio magico che condiziona la famiglia Bossi o dalla parte di chi, Bobo Maroni in testa, vuole che quel clan sia escluso dalla stanza dei bottoni e il partito restituito alla sua base, alla sua militanza. «Salvate il soldato Umberto dal cerchio tragico» è scritto sul cartello di un anziano di Forlì che avanza nel corteo fra gli applausi. La pace di Milano, insomma, è Bossi che prova a nascondere la polvere sotto al tappeto. Con scarsi risultati visto che la polvere è troppa. E basta dare un'occhiata a questa piazza provando a contare, senza riuscirci, gli striscioni che sfruculiano il clan di Gemonio: «Cerchio, se sei davvero magico sparisci». O le bandiere della Tanzania sventolate sotto il naso del tesoriere Belsito che nel Paese africano ha dirottato i risparmi del partito. O i fischi impietosi e assordanti che si levano quando il capo pronuncia il nome di Rosy Mauro. Due adepti del clan, Monica Rizzi e Giangiacomo Longoni, regalano alla folla bandiere col nome del capo stampato in rosso. I seguaci di Maroni ostentano una sciarpetta di raso bianco con scritta verde: «Barbari sognanti». La sfoggia pure Giampaolo Dozzo, gentiluomo di Treviso che mercoledì sostituirà Reguzzoni alla guida del gruppo alla Camera, che lo staff leghista aveva provato a spacciare come super partes. Ci sono i vincitori e gli sconfitti. Il Trota Renzo Bossi giù dal palco per non essere sommerso dagli improperi, Maroni esaltato da ovazioni e invocazioni. I rituali della pace di Milano impongono che l'ex ministro dell'Interno non vada al microfono «per non turbare gli animi» e non rendere impietosa (a suo favore) la prova dell'applausometro. Ma giù dalla tribuna non ci stanno, vogliono che le finestre vengano spalancate, pretendono un segno vistoso di cambiamento, esigono che la sua vittoria venga sancita da un pubblico discorso «del Bobo», rumoreggiano, s'infuriano, e ci vuole il Va' Pensiero sparato a tutto volume per soffocare il malcontento: «Roba da Corea del Nord» s'indigna qualcuno. Non sanno che Maroni sta per segnare un altro punto durante la segreteria federale, riunita a manifestazione finita. Bossi accetta di fare finalmente i congressi, prima quelli regionali - entro giugno - poi quello federale, entro l'anno. Congressi sempre osteggiati dal clan di famiglia, che ora a mezza bocca già medita vendetta: «Non finisce qui». Ma non basta ancora a placare la piazza che ormai è dispersa e torna verso casa scambiandosi sms amari: «Abbiamo perso un'altra occasione. Sul pullman siamo tutti delusi, nessuno escluso».
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