ROMA - Una sorta di falsa partenza. Con conseguente decisione di tentarne un'altra, sperando che sia maggiormente proficua, la settimana prossima. Il governo scopre le carte sulla riforma del lavoro e poco ci manca che l'atteso tavolo con le parti sociali a Palazzo Chigi non finisca a gambe all'aria. Con la leader Cgil, Susanna Camusso, che minaccia: «Non accetteremo scelte unilaterali». La Cisl di Raffaele Bonanni che avverte: «Il governo non proceda con colpi di mano come sulle pensioni, altrimenti la musica cambieà». E la Uil di Luigi Angeletti che rincara: «Le parti sociali non possono essere trattate come alunni a cui si dà il tema da fare a casa, e poi c'è la professoressa che corregge gli errori. Questo metodo è un disastro». Meno dura la Confindustria che però non plaude.
E così, nonostante il ministro del Welfare, Elsa Fornero, a fine incontro, parli di «partenza con il piede giusto», i fatti raccontano di una riunione che ha sfiorato la rottura. E se si è riusciti a evitare strappi è perché lo stesso governo ha accettato l'invito dei sindacati di non consegnare il lungo documento appena illustrato, per riflettere ancora un po' e poi rivedersi con le idee più chiare. Vogliamo realizzare una riforma «ambiziosa, ma non c'è alcuna pretesa di farla senza un largo consenso» hanno convenuto i ministri presenti e il premier.
L'unico punto fermo per ora, è la promessa di non procedere per decreto, ma con un disegno di legge ad hoc dai tempi brevi. «Servono buone soluzioni strutturali per il mercato del lavoro. Spero che si riesca a non ridurre il messaggio solo all'articolo 18» è stato l'auspicio in apertura di tavolo del premier Monti. L'obiettivo è di raggiungere un'intesa entro 3-4 settimane. A sua volta, il sottosegretario Antonio Catricalà, ha detto che «chiederemo una corsia preferenziale».
Condiviso o non diviso, intanto il governo ha scoperto le carte sulla sua idea di riforma. Cinque le linee guida: tipologie contrattuali, formazione apprendistato, flessibilità, ammortizzatori sociali, servizi per il lavoro. In concreto il lavoro flessibile sarà più costoso di quello fisso; sarà introdotto un contratto che segue il ciclo di vita del lavoratore; ci saranno «misure innovative per le nuove assunzioni» e sgravi contributivi per le aziende che trasformano contratti a tempo in un rapporto indeterminato; infine verrà riordinato drasticamente il sistema degli ammortizzatori sociali. E' stato soprattutto questo punto a far rischiare di far saltare il banco. Il piano del governo prevede due pilastri: uno connesso con la riduzione temporanea dell'attività di lavoro e l'altro di sostegno ai redditi di chi abbia perso il posto di lavoro. Ma è molto probabile che non partiranno insieme. Sul primo punto si pensa di mantenere solo la cassa integrazione ordinaria e per di più con una durata molto ridotta, 24-25 settimane (circa sei mesi) contro le attuali 52. Per il resto via la cassa integrazione straordinaria, via la mobilità. Se le piccole aziende vogliono ancora la cassa in deroga se la devono pagare. Chi perde il posto di lavoro avrà un risarcimento. Poi - ma come ha spiegato il ministro Fornero «l'applicazione normativa potrebbe essere dilazionata nel tempo» - subentrerà un sussidio di disoccupazione. «Nel breve periodo non abbiamo risorse da spendere» ha aggiunto.
Un disegno che non convince nessuno. Nemmeno le imprese. Le piccole perché vedrebbero aumentare il costo del lavoro con il pagamento dei contributi (ora la cassa in deroga non la pagano); le grandi perché vedrebbero ridotte le possibilità di accordi per ristrutturazione con i sindacati a causa del ridotto periodo di cig. «Nel breve periodo ci saranno forti ristrutturazioni, quindi per ora miglioriamo quello che abbiamo», ha osservato il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia.