L'Abruzzo deve compiere un passo avanti. Tutto l'Abruzzo: la politica e la società, le imprese e i cittadini. Un passo coraggioso per affrontare la sfida di una congiuntura economica mai così grave e l'emergenza continua che arriva da L'Aquila o dalla sanità che sembra, faticosamente, raggiungere il pareggio di bilancio. Un passo in avanti che richiede tre condizioni: la competenza con cui combattere sui fronti che ci circondano; la credibilità per assumere decisioni innovative e coraggiose, una credibilità fondata sull'etica dei comportamenti, del perseguimento del bene comune e sull'efficacia delle ricette; la qualità che i tempi duri richiedono a tutti i soggetti sociali per realizzare un ampio progetto di cambiamento e di riforme. Se dovessi tirare le somme del forum organizzato dal nostro giornale con i senatori Piccone e Legnini, i due personaggi più rappresentativi dei loro partiti e dei due schieramenti, con i presidenti Marramiero, Primavera, Spinosa Pingue, Lupo, e i due docenti di economia nostri commentatori Mauro e Sarra, direi che una conclusione provvisoria potrebbe essere questa.
Un forum non può dare soluzioni, è un luogo di confronto e discussione. Ma questo elemento è stato messo in luce dai partecipanti: di fronte ai rischi che ci insidiano, politica, impresa e università hanno potuto sedersi attorno a un tavolo e parlarsi. Parlarsi liberamente. Ascoltarsi. Riconoscersi.
Che cosa ho visto accadere in quella stanza de "Il Centro"? Che politica, impresa e università hanno discusso di strategia. Non di distribuzione di risorse scarse. Non di una guerra tra poveri e territori. Emergevano bisogni, domande, preoccupazioni. E idee. Soluzioni. Non per il domani, perché i protagonisti non si aspettano che le cose possano cambiare oggi, ma per il futuro. Un incontro in cui i personaggi qualificati che erano stati invitati, svincolati da tatticismi e interessi particolari, hanno ragionato sull'Abruzzo e hanno tentato di disegnare un progetto. Si è provato a elaborare una strategia. Quello che il "Patto per il lavoro" dovrebbe fare istituzionalmente e, invece, non fa, inghiottito com'è da una gestione burocratica, dall'ordinaria amministrazione, dalla divisione di una modesta torta messa sul piatto dalle istituzioni.
La critica al "Patto del lavoro" fatta dai piccoli imprenditori vi ha trovato conferme: di fatto è stata condivisa dalle organizzazioni territoriali di Confindustria. La logica conclusione del forum dovrebbe essere che il "Patto dello sviluppo" rimane uno strumento prezioso per governare il passaggio da un modello di sviluppo a un altro, come spiega magistralmente il professore Mauro nell'articolo che pubblichiamo oggi, ma la sua gestione deve essere ribaltata. Non più una stanza di compensazioni con la Regione nelle vesti di grande elemosiniere di una torta che non c'è, ma laboratorio di strategie condivise che poi trovano attuazione in un'azione riformatrice. Il punto è che il "Patto del lavoro" non può avere come interlocutore solo la Regione: deve parlare al governo, a Bruxelles. Lo scenario è completamente mutato: agiamo all'interno di politiche decise a livello comunitario; con il governo Monti il quadro nazionale, a sua volta, è cambiato, sintonizzandosi con il pensiero delle grandi capitali europee. L'Abruzzo non può pensare di risolvere i problemi al telefono con un Chiodi evanescente. Per questo, il problema non è tanto un presidente troppe volte al di sotto delle aspettative, piuttosto è un intero sistema che fatica a uscire dalle liturgie del passato (la mediazione con una politica oggettivamente indebolita), per entrare nella logica della nuova fase: la capacità di presentare progetti credibili contro le sfide che ci incalzano. Il presidente Spinosa Pingue ha usato una bella frase: «Ho scoperto che i greci andavano a combattere tenendosi per mano, dovremmo fare così». Questa, infatti, è la lezione che ci viene dagli eserciti: combattono sempre per il compagno che sta accanto senza chiedersi da dove proviene, in quale dio creda, qual è la sua ideologia. La crisi possiamo vincerla, se gli abruzzesi sentono la responsabilità degli altri come una propria responsabilità, cercando di comprendere ragioni e bisogni di chi non è come noi. E' questo il salto culturale e morale che politica e società devono compiere per uscire più forti dalle emergenze della crisi, del terremoto, della sanità. L'Abruzzo deve cambiare modello di sviluppo e d'intervento pubblico nell'economia, che oggi è sempre meno sostenibile e efficiente, lo hanno spiegato bene Mauro e Sarra. L'impresa sembra consapevole del fatto che occorra cambiare se stessa non solo per crescere, ma per cambiare la società. Infatti, oggi, avanza la domanda di un programma di cambiamento. Questa è l'altra novità da sottolineare: Primavera, Marramiero, Spinosa Pingue, Lupo, non chiedono sussidi, non stanno con il "cappello in mano". Al contrario, chiedono riforme. Chiedono di restituire energia al sistema economico. Chiedono una strategia per rilanciare l'Abruzzo come piattaforma nazionale e internazionale che guardi a Roma, all'Est, al Mediterraneo. E lo fanno senza vecchie subalternità verso la politica, anche se con il rispetto che si deve a chi viene democraticamente eletto per reggere le istituzioni dei cittadini. La nuova generazione imprenditoriale mostra un cambio di atteggiamento che, ora, dovrebbe tradursi in una rappresentanza regionale capace di porre al centro dell'agenda l'obiettivo della modernizzazione, non le telefonate con il presidente di turno. Quando Primavera indica le parole d'ordine competenza e etica; quando Marramiero rimprovera alla politica la mancanza di coraggio sulla privatizzazione della gestione dell'acqua o dei trasporti, entrambi dimostrano di essere già con un piede oltre la linea, in una prospettiva di cambiamento che avrebbe un suo programma (basta leggere il prof. Mauro oggi), una potenziale base di cittadini, ma che è in cerca di autore. Un autore politico. Cresce in Abruzzo una "constituency" per le riforme, si delinea una possibile nuova classe dirigente.
Da questo punto di vista, il governo Monti segna una fase nuova, offre un'occasione che tocca alla società raccogliere. In poche settimane, il governo dei Professori sta affrontando le cause strutturali del declino italiano, scegliendo di non scaricare sulle prossime generazioni, i nostri figli, i costi degli errori e del pesante aggiustamento che dobbiamo realizzare. I ministri- docenti, abituati a guardare alla lunga prospettiva e al sistema, cioè strategicamente, mettono mano alle gravi difficoltà del momento, immaginando un progetto. Un esempio arriva su L'Aquila: Monti ha scavalcato le polemiche, a volte fondate a volte no, per porre le premesse di un intervento complessivo, efficiente sulla ricostruzione. Non solo incarica un ministro, quel Fabrizio Barca considerato uno dei migliori economisti della sua generazione, ma costruisce una squadra in cui c'è il sottosegretario alla presidenza, i ministri competenti, il Ragioniere generale dello Stato. Ecco come si deve intervenire: giocando con la forza della competenza e della collaborazione nel perseguire un disegno di futuro. Non a caso, il presidente Napolitano, l'uomo che reso possibile la nuova stagione, ha ricordato: «Non ci siamo dimenticati degli abruzzesi e de L'Aquila». Dopo il fallimento del modello berlusconiano dei poteri eccezionali, che ha prodotto soprattutto paralisi, ecco un metodo di "governance" moderna che restituisce a l'Aquila ciò che essa è: una grande questione nazionale in cui solidarietà e responsabilità s'intrecciano. Questo metodo l'Abruzzo dovrebbe far proprio per costruire un progetto nazionale, europeo che cerchi di gestire la crisi dopo che in questi mesi abbiamo visto troppo non governo. Solo una prospettiva nazionale e europea, che troppi ignorano come se l'Abruzzo fosse un'isola, può consentirci di superare le fragilità del sistema e delle istituzioni.
Il forum dimostra che c'è voglia di crescere. Parlamentari come Piccone e Legnini, ma anche gli altri, dovrebbero entrare nel Patto: l'interlocutore di quel tavolo non è solo la Regione, che semmai dovrebbe essere uno degli attori e strumento esecutivo per la parte di sua competenza, ma dovrebbe essere il governo nazionale, soprattutto questo governo, e l'Europa. L'Abruzzo deve imparare a giocare all'esterno non all'interno, perché è all'esterno che si vince o si perde. Deve scommettere sul dinamismo non sull'inerzia. Il dialogo tra Piccone e Legnini ci avverte che la buona politica è possibile, pur nelle differenze. Competano centrodestra e centrosinistra, Pdl e Pd; e competano duramente. Ma quando si tratta dell'Abruzzo e degli abruzzesi (cittadini e imprese) ritrovino la capacità di superare tatticismi, miopie, autoreferenzialità, per difendere insieme i grandi obiettivi per la loro terra. Il messaggio che Piccone e Legnini trasmettono ci consente una moderata speranza. L'Abruzzo ha necessità di buona politica. La buona politica ha bisogno di moralità, efficienza, prestigio. Quel prestigio che Monti sta trasferendo al Paese, basta leggere i grandi giornali europei. Ma il prestigio si conquista. All'Abruzzo non resta che crescere.