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Pescara, 11/06/2026
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Data: 29/01/2012
Testata giornalistica: Il Centro
Crescita di qualità di Giuseppe Mauro

Gli indicatori macroeconomici rappresentano a mio avviso la sintesi più efficace per misurare le condizioni di salute di un paese o di una regione, dal livello raggiunto dalla produzione all'efficienza del sistema dei servizi offerti, dall'andamento dell'occupazione alla presenza sui vari mercati internazionali.
Nonostante i tentativi effettuati in sede accademica e istituzionale per introdurre nuovi indicatori statistici, capaci di rappresentare il benessere effettivo di una società oltre i parametri quantitativi, il Pil mantiene inalterata la sua forza interpretativa e ancora oggi rimane l'indicatore più diretto e importante per individuare il tasso di competitività di un territorio rispetto a un altro.
Questa premessa ci conduce ai dati contenuti nel recente Bollettino della Banca d'Italia. Dall'autorevole studio emerge con nettezza come la crisi del debito sovrano abbia negativamente influenzato la crescita del Pil nell'ultima parte del 2011 e fortemente peggiorato le prospettive economiche del 2012. Per quanto riguarda il 2011, il Pil dovrebbe aumentare solo dello 0,4%. Per il 2012 sono invece previsti due scenari, entrambi negativi, che fissano il Pil rispettivamente a meno 1,5% oppure a meno 1,2%, a seconda che il differenziale tra il rendimento dei titoli del debito italiano e i Bund tedeschi oscilli tra i 500 e i 300 punti base. I dati forniti ieri da Prometeia confermano questa tendenza, rimandando al 2014 la ripresa dell'economia italiana.
Il clima recessivo sembra trovare riscontro in tre elementi essenziali: a) nella debolezza del reddito disponibile delle famiglie e nella riduzione del loro potere d'acquisto, anche a seguito delle misure restrittive intraprese dal governo per non inasprire la crisi in corso; b) nell'ampio margine di capacità produttiva inutilizzata da parte delle imprese che determina un freno agli investimenti; c) nella restrizione dell'offerta creditizia che rende più complesso e difficile il ricorso al sistema bancario di famiglie e imprese. Con riferimento a quest'ultimo punto, non si è in presenza di una chiusura del circuito creditizio ma in un rallentamento della sua dinamica. Le turbolenze sul mercato dei titoli hanno contribuito a ridurre le prospettive di redditività delle banche, ad aumentare il costo della raccolta e a peggiorare la qualità del credito concesso. Tuttavia è pensabile che il rifinanziamento concesso dalla BCE alle banche europee, al tasso dell'1%, possa convogliare la maggiore liquidità non solo verso l'acquisto di titoli ma soprattutto verso il sostegno alle imprese. In questa difficile fase, le banche possono attenuare le spinte recessive, venendo incontro alle esigenze finanziarie del mondo imprenditoriale colpito dall'andamento stagnante della domanda e dai ritardi nei pagamenti. Ovviamente l'aspetto creditizio, pur importante, non è sufficiente per stimolare la crescita nel medio e lungo periodo.
Analogo concetto può essere esteso all'Abruzzo. Difficilmente i dati prima indicati si discosteranno da quelli nazionali. Anzi è probabile che la crisi, che è insieme europea e italiana, determini per la regione un andamento del Pil ancora più basso. L'azione del governo in tema di liberalizzazioni indubbiamente contribuisce a eliminare i lacci e laccioli che rendono asfittica l'economia del paese, a migliorare le aspettative dei mercati e a innalzare la domanda interna, intaccando le posizioni di rendita e i diffusi interessi corporativi. Il ripristino del ciclo produttivo è molto legato all'intensità con cui saranno applicati i provvedimenti tesi alla maggiore apertura concorrenziale dei settori, in particolare in quello dei servizi. Forse la prospettiva di conseguire nel medio periodo un aumento del Pil dell'11%, dell'occupazione dell'8% e dei salari reali fino al 12% può apparire eccessivamente ottimistica, ma non v'è dubbio che l'incertezza nei confronti del debito pubblico si stia attenuando e la maggiore fiducia dei mercati stia comportando una riduzione dello spread tra titoli italiani e tedeschi. Di questi problemi si è discusso venerdì scorso nel Forum organizzato da questo giornale sulle prospettive dell'economia abruzzese. Un dibattito importante che ha posto l'accento sugli effetti delle liberalizzazioni nella nostra regione e sull'esigenza di alcune privatizzazioni in comparti non secondari dell'economia. Un confronto serio, che ha anche consentito di approfondire argomenti rilevanti come la sanità, le infrastrutture, i trasporti e quel tema di grande attualità che richiama i principi del comportamento etico nei fatti economici. Bisogna tuttavia interrogarsi sul perché in l'Italia non si è riusciti a sostituire al vecchio modello di sviluppo basato su debito pubblico-svalutazione-competitività-crescita, un nuovo modello che sposta l'attenzione sulla stabilità economica e sulla rilettura del welfare come requisito indispensabile per il confronto competitivo e per la crescita.
Ciò vale anche per l'Abruzzo. Vi è la diffusa consapevolezza che il vecchio modello basato sul nesso agevolazioni-investimenti-crescita sia ormai improponibile, ma il nuovo modello basato sull'innovazione, sulla qualità e sulla competitività stenta a realizzarsi. Il cambiamento tra i due modelli è profondo. Si tratta infatti di passare da una concezione che mira a difendere le imprese dalla concorrenza a un'altra che tende a innalzare i profili competitivi delle stesse unità produttive e dell'intero sistema regionale, anche a costo di sopportare sacrifici nel breve periodo come conseguenza dell'uscita dal mercato di non poche imprese marginali. Nel primo caso non ci si preoccupa della qualità della spesa e dei risultati conseguiti. Nel secondo caso, con risorse scarse e che non vanno sprecate, la qualità della spesa diventa essenziale per proiettare la regione nel circuito concorrenziale.
Non aver preso coscienza nei tempi dovuti di questa trasformazione e dell'esigenza di questo salto di qualità ha fatto sì che l'Abruzzo avesse un Pil per abitante nel 2011 di quasi 28 punti inferiore al Centro-Nord e addirittura leggermente più basso a quello esistente nel 1995. Bisogna dunque prendere atto che nell'arco di oltre un decennio non si è determinato un allargamento della base produttiva e sono stati davvero rari gli impulsi per il passaggio a una struttura economica più avanzata. Queste considerazioni spingono in direzione di un approccio culturale in grado di esaltare la capacità progettuale e l'elaborazione programmatica degli attori economici, sociali e istituzionali operanti nel territorio regionale, al fine di dare al localismo un'interpretazione moderna, capace di condurre verso lo sviluppo.
In questa fase l'aspetto preminente è quello di superare un dibattito che si svolge dentro i confini del quotidiano e dell'immediato, evitando di restare subalterni alla situazione "data" o a una visione statica dello sviluppo, che offusca da un lato l'esigenza del cambiamento e dall'altro il bisogno di affrontare i veri nodi strutturali.

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