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Data: 30/01/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
La scomparsa di Scalfaro - Lo scontro sul ribaltone. Berlusconi non lo perdonò. Gli attacchi della destra e il duello sulla par condicio

ROMA - Perfino da morto, Silvio Berlusconi e i berlusconiani, non riescono a perdonare Oscar Luigi Scalfaro. Assordante il silenzio del Cavaliere e sincere le parole di Fabrizio Cicchitto che dipinge l'ex capo dello Stato come «un coerente e agguerrito avversario».
Un'acredine antica, maturata e sedimentata con lo scorrere degli anni. Tutto cominciò nel '94, l'anno del ribaltone. I mesi del duello, complice Umberto Bossi, tra Berlusconi che rivendicava di essere «unto dal Signore» grazie all'investitura popolare e Scalfaro che faceva spallucce, sbattendogli in faccia gli articoli della Costituzione. Un duello che nel '97 Scalfaro ricordò così: «Berlusconi mi chiese la prima volta di sciogliere le Camere dopo le elezioni europee del '94. Gli risposi no perché il Parlamento appena eletto aveva solo due mesi e mezzo di vita. Me lo chiese ancora nel dicembre '94, dopo la rottura con la Lega. Dissi ancora di no perché in Parlamento c'era una maggioranza contraria allo scioglimento e bisognava quindi provare un altro governo».
Quello di Lamberto Dini, indicato da Berlusconi, ma sostenuto con convinzione solo da Bossi, dal Pds guidato da Massimo D'Alema, dopo il harakiri di Achille Occhetto, e dal Ppi. «Traditore, golpista, serpente», disse Berlusconi di Scalfaro. «Ho già fatto i conti con questo presidente della Repubblica, so quali poteri può avere la persona che siede al Quirinale e ne ho sofferto», raccontò il Cavaliere qualche anno più tardi, parlando di «golpe» e accusando il capo dello Stato di avere tramato per convincere Bossi a dargli il ben servito.
Eppure, il primo approccio tra il Polo delle libertà di Berlusconi e Scalfaro non era stato di segno negativo. Con l'Europa in allarme per lo sbarco al governo dei «post fascisti» di Alleanza nazionale, il presidente difese la destra: «Non abbiamo bisogno di maestri». Salvo poi, con una lettera, piantare i primi paletti «a scanso di equivoci»: «Il ministro degli Esteri deve assicurare piena fedeltà alle alleanze, alla politica di unità europea, alla politica di pace». Uno stop per evitare che alla Farnesina andasse un esponente di An. E un altro altolà riguardò Cesare Previti alla Giustizia.
Poi, l'infinita querelle del ribaltone. Con Berlusconi che, tradito da Bossi, chiede le elezioni anticipate. Con Scalfaro, appunto, che preferisce esplorare la possibilità di un nuovo governo. «Così come stabilisce la Carta costituzionale». Ed è proprio a Lamberto Dini, successore di Berlusconi indicato da Berlusconi, che Scalfaro chiese per la prima volta la par condicio di accesso alle tv «tra maggioranza e opposizioni». Ed è su questo fronte, sul tentativo di mitigare gli effetti del conflitto d'interessi, che si fece ancora più acceso lo scontro tra Scalfaro e il Polo. Un vero e proprio Vietnam, con la destra che gli intimava di non firmare il provvedimento e con il capo dello Stato che se ne infischiava: «Sull'interesse di parte deve prevalere l'interesse generale». «Se nel '96 ha vinto Prodi la colpa è solo sua che ha imposto quel malefico bavaglio della par condicio», sibilò il Cavaliere.
Finito il mandato al Quirinale, diventato senatore a vita, Scalfaro non si accontentò di fare l'ex presidente. Il 23 giugno del 2000 scese in campo a fianco dell'Ulivo. Sferzandolo: «Un branco di pecore pascenti». Anzi: «Galline, ma di quelle che neanche riescono a fare le uova». La prova, per Berlusconi, della «faziosità» di Scalfaro. Che è restato nel mirino della destra anche quando, dal 2006 al 2008, si limitò a sostenere con il suo voto il governo di Romano Prodi in Senato. E in molti garantiscono che fu proprio il veto del Cavaliere a bloccare nel 2006 l'elezione di Scalfaro a presidente del Senato. Ma suona più come una maldicenza: fin dall'inizio il centrosinistra gli aveva segretamente preferito Franco Marini.




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