In queste ore, come ci ricorda ormai da un mese l'incessante spot in onda sulle reti Rai, scade il termine per rinnovare, il canone radiotelevisivo. Un tributo, ma soprattutto un obbligo come sottolinea il messaggio promozionale della Rai nel tentativo di convincere i non pochi cittadini italiani che, trincerandosi nelle scuse più banali (non vedo i canali Rai, non posseggo la tv, è una tassa ingiusta ecc.), finiscono per emulare quello che rappresenta il classico evasore-tipo italiano.
Ci sarebbe intanto da chiedersi per quale motivo è necessario ricordare al contribuente - se effettivamente si sta parlando di un tributo e di un obbligo - di ottemperare a tale dovere. È un po' come se ogni anno, la Regione decidesse di promuovere uno spot per rammentare il pagamento della tassa di circolazione sugli autoveicoli.
La realtà è forse un altra: non c'è la volontà politica di scovare questo particolare tipo di evasore che si annida in tutte le classi sociali (dall'operaio, al libero professionista, all'imprenditore). Altrimenti non si capirebbe come sia possibile che utenti potenzialmente e facilmente identificabili quali, ad esempio, gli stessi titolari di decoder e di abbonamenti pay-per-view, possano impunemente e paradossalmente sfuggire al controllo del fisco.
Resta il fatto che ogni anno assistiamo alla solita solfa: si ripresenta puntualmente la scadenza, si ripropongono gli spot televisivi, il canone puntualmente aumenta così come i mugugni e l'insofferenza degli italiani onesti, ma gli evasori sono sempre lì a determinare con la loro inosservanza delle regole, un costante ammanco di risorse e, conseguentemente la necessità per la Rai di ritoccare l'importo del tributo.
Sostanzialmente si riproduce in piccolo, il fenomeno dei furbetti dello scontrino di Cortina, Roma, Milano. E a pagare è come sempre la gente onesta.