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Pescara, 15/06/2026
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01/02/2012
Il Messaggero
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Province, ad aprile i primi sette commissari. Abolizione completata solo nel 2016, gli enti resistono e contano sul ricorso alla Consulta
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ROMA Né abolite né salvate e destinate ad una lenta agonia. Le 107 province italiane sono in mezzo al guado da quando il decreto «Salva Italia», a dicembre, ha stabilito che non si terranno più elezioni provinciali dando mandato alle Regioni di distribuire ad altre amministrazioni entro fine anno le loro competenze (essenzialmente manutenzione di strade e di scuole, parte della raccolta rifiuti e gli uffici per l'impiego). Competenze che saranno «disperse» lentamente, mano a mano che i singoli consigli provinciali arriveranno alla loro scadenza. Ci vorranno anni. Ad oggi la situazione è la seguente: sette Province (ma sarebbe meglio parlare di Consigli Provinciali) fra le quali quelle di Genova e Ancona dovrebbero sparire la prossima primavera mentre le altre saranno decimate con calma. Le ultime cadranno nel 2016. Alla scadenza dei primi sette consigli, ad aprile, i prefetti nominerano dei commissari per la gestione degli affari correnti. Poi dal 2013 - sempre che la legge non cambi - i consigli provinciali che scadranno saranno sostituiti da piccole assemblee di 10 persone nominate dai sindaci. Sintesi dell'intera operazione: la classe politica provinciale, composta da 4.000 presidenti, assessori e semplici consiglieri, sta per imboccare la strada di una lenta estinzione. A meno che...A meno che il farraginoso processo di soffocamento non venga interrotto da qualche colpo di scena. Il primo ostacolo è stato già messo in strada: nei giorni scorsi la Regione Piemonte si è rivolta alla Consulta giudicando incostituzionale quanto previsto dal decreto «Salva Italia». I termini per altri ricorsi (le Province non possono farli) scadono il 24 febbraio ed è probabile che altre Regioni si affianchino all'amministrazione guidata dal leghista Roberto Cota. Ieri, poi, le amministrazioni provinciali hanno fatto suonare la sirena d'allarme convocando per protesta i 107 consigli in ognuna delle 107 province e hanno raccolto solidarietà importanti, dal presidente delle Regione Lombardia, Roberto Formigoni, al sindaco di Torino, Piero Fassino. «E' giusto tagliare la spesa pubblica - dice Piero Antonellis, direttore generale dell'Upi (Unione delle Province d'Italia) - per questo siamo favorevoli a ridurne il numero accorpandole ed eliminando anche quelle delle grandi città e proponiamo la diminuzione degli uffici periferici dello Stato. Ma spazzar via le Province, un livello di governo che esiste in gran parte dei Paesi europei, non è razionale». Traduzione dal provincialese: la vera ciccia da tagliare è altrove. Nelle scorse settimane le Province hanno anche fatto circolare un dossier con cifre pesanti. Ne emerge che l'intera classe politica provinciale costa sotto forma di stipendi e gettoni di presenza solo 113 milioni («Lo 0,01% dell'intera spesa pubblica italiana», sottolinea Antonellis). Le Province inoltre spenderebbero solo 150 milioni per la cinquantina di loro Agenzie e aziende pubbliche (strutture nell'occhio del ciclone perché accusate d'essere organismi clientelari) messe in piedi negli ultimi anni mentre le Regioni hanno ben 174 strutture analoghe che assorbono la bellezza di 3,7 miliardi. Ma basteranno gli accorati appelli di queste ore a salvare le 107 province italiane? Difficile dirlo. E' noto che alcune amministrazioni provinciali sono strutture debolissime. In Sardegna (appena 1,5 milioni di abitanti) ce ne sono ben nove. Il Molise (300 mila abitanti) ne vanta due. Se alcune Province hanno dato vita a centri per l'occupazione di livello scandinavo oltre un terzo, secondo il Tesoro, spende più del 40% dei propri soldi in stipendi dei dipendenti. E dunque non ha la capacità di investire nulla. La morale di questa storia balza agli occhi: vedremo se nei prossimi mesi le Province riusciranno a salvarsi o meno ma certamente non potranno continuare a vivere come hanno fatto finora.
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