Responsabilità civile: dietro l'emendamento una volontà punitiva
La responsabilità dei magistrati è cosa seria. Non si può trattare una materia così delicata con un emendamento infilato in una legge comunitaria forzandone il significato, con un «colpo di mano leghista» (Franco sul Corriere della Sera di ieri), con un voto segreto e vari «inciuci», con un finale da operetta di1 esuberante tripudio.
Si direbbe che i parlamentari volessero regolare dei conti in sospeso. Con chi? Ma con quei rompiscatole di giudici, incapaci di starsene al posto loro, che osano mettere il naso negli affari degli altri (senza riguardi per la stimatissima casta dei politici), che pretendono di occuparsi anche di irregolarità nella pubblica amministrazione, corruzione, deviazioni del potere ecc. Che la legge sia uguale per tutti lo pensano i gonzi, mentre chi può e conta sa bene come difendersi non "nel" ma "dal" processo. Per esempio inventandosi una responsabilità civile dei magistrati congegnata in maniera tale da esporre i giudici alla bufera di ricorsi basati sul nulla.
Che vuol dire «violazione del diritto» o «diniego di giustizia»? Queste nuove ipotesi di responsabilità sono così generiche ed equivoche da costituire scatole vuote in cui anche un leguleio di scarsa fantasia può infilare un ricorso pretestuoso dopo l'altro. Ma così si innesca una spirale devastante per intimidire i giudici affinché si guardino bene (quando non si tratta di far volare qualche straccio) di importunare quei soggetti che hanno come obiettivo l'impunità. E che per arrivarci le han pensate tutte: dalle leggi «ad personam» alla sistematica delegittimazione della magistratura anche con insulti volgari. Un vero e proprio assalto alla giustizia che ora fa registrare il capitolo della nuova disciplina della responsabilità civile. Intendiamoci: è giusto sostenere che il principio «chi sbaglia paga» deve valere anche per i magistrati. Ma i magistrati pagano già - in vari modi - e chi sostiene il contrario per fornire una stampella alla riforma gioca con le parole.
Il punto decisivo è che la disciplina della responsabilità dei giudici non si può improvvisare con un emendamento/agguato. La natura stessa del processo impone riflessione e cautela, per evitare che chi giudica sia sottoposto a pressioni strumentali che ne snaturerebbero la funzione. Perché è nel DNA del magistrato dover scegliere fra più opzioni (in fatto e in diritto) tutte consentite entro il perimetro della legge. E la scelta deve essere libera. Ma non è più libera se il magistrato viene spinto verso le scelte «tranquille», che meno lo espongono alle rappresaglie risarcitorie che la nuova norma incentiva aprendo praterie sconfinate a chiunque voglia profittarne.
La responsabilità dei magistrati non può essere una mannaia da brandire sulle loro teste perché non vadano a cercarsi guai svelando verità scabrose. Sarebbe come mettersi sotto i piedi i diritti della generalità dei cittadini, a partire dalla speranza che la giustizia riesca finalmente ad essere eguale per tutti, senza privilegi per i soliti noti (quelli appunto che di cause risarcitorie ne scatenerebbero un migliaio per ogni processo). Il magistrato burocrate, preoccupato della sua ombra, attento a non pestare i piedi a chi non gradisce, giova solo a coloro che considerano le regole un impaccio. Se è questo che si vuole, sappiano i cittadini che sarebbe un siluro sotto la linea di galleggiamento dei loro interessi, sacrificati sull'altare dell'impunità di certuni. E non consola rilevare gli indiscutibili profili di incostituzionalità della riforma: intanto l'assalto alla giustizia è ripartito; con buona pace di chi si era illuso che bastasse un cambio di governo per eliminare i veleni seminati in tutti questi anni da chi vuole - per sé - sempre meno giustizia.