PESCARA. Non è stata un'avventura, e neppure una disavventura. Il mio ritorno da Roma a Pescara sull'autostrada diventata un inferno bianco è stato piuttosto un viaggio allucinante: è iniziato alle 14.30 dalla stazione Tiburtina con qualche incognita per il maltempo ed è terminato alle 15.30 del giorno dopo. Tutto può capitare, nella vita, ma che una nevicata per quanto intensa metta in corto circuito ogni sistema di prevenzione e di soccorso, è difficile da spiegare. E anche da comprendere. Eppure il viaggio per la Capitale, per me non rinviabile, era iniziato con il compiacimento per l'iniziativa di Prontobus di prelevarmi a casa, a Montesilvano, per sopperire all'impossibilità di arrivo del pullman da Penne, quando già su Pescara fioccava. Roma era stata raggiunta, ma la città in tilt aveva già vanificato quella trasferta, passando come un rullo compressore su impegni e appuntamenti. Il peggio era dietro l'angolo, e nessuno sull'autobus delle linee Di Fonzo avrebbe potuto immaginarlo. Due ore per arrivare a Tagliacozzo: ci può anche stare e di questo va reso onore all'abilità e al sangue freddo dell'autista. Ma poi, eccola, la "muraglia bianca" di una slavina che faceva rimpicciolire l'automobile di traverso sulla carreggiata, guidata da qualcuno con più imprudenza che senso di responsabilità. Nessuno aveva segnalato quella slavina, ancora una volta l'Autostrada dei Parchi ha brillato per pressapochismo nella gestione degli eventi. Erano le 16.30. Fermi, in un paesaggio bianco che in quei momenti non ha nulla di poetico o di iconografico. La neve è un nemico maledetto che addormenta i sensi anche quando ti monta una rabbia impotente in corpo. Nel disastro dell'autostrada in balìa del meteo, eravamo anche fortunati, nonostante nessuno se ne accorgesse: il nostro mezzo era fuori dal tunnel, quindi l'autista poteva tenere il motore acceso e garantire il riscaldamento a bordo; quelli che erano rimasti dentro i tunnel vivevano invece un incubo nell'incubo, con gelo come fedele compagna in quegli abitacoli di ferro e vetro sempre più freddi. Finché l'autonomia delle batterie l'ha consentito, dal nostro autobus il telefonino è stato l'unico collegamento col mondo. Tutti chiamavano tutti, mille storie si incrociavano. Lì fuori, da qualche parte, ovunque, nessuno sapeva dirci nulla. Aspettare, aspettare, aspettare. L'autista ha offerto tutte le cialde disponibili per un caffè caldo, poi ha messo a disposizione l'unica bottiglia d'acqua che aveva: un litro e mezzo per oltre 50 passeggeri. Quando alcuni agenti della Polizia di Teramo e L'Aquila sono riusciti a raggiungerci era l'1.30 del giorno dopo. Avevano con loro 6 bottigliette da mezzo litro d'acqua. Sembrava un piccolo tesoro. Mezz'ora dopo sono arrivati i volontari della Protezione civile, e con loro 6 bottiglie grandi, 6 piccole e alcune confezioni di crackers. Ecco i tempi e gli aiuti di una nazione che è tra le più industrializzate della terra e si fa paralizzare da una perturbazione ampiamente prevista anche nella sua gravità. Mancavano venti minuti alle 7 quando una turbina si è aperta un varco incontro a noi, e ci ha schiuso la strada per Aquila Ovest. Il bagnetto del pullman era impraticabile quasi da subito. Quelli dell'autogrill erano presi d'assalto da una folla di disperati raccattati lungo il nastro d'asfalto imbiancato che era stato chiuso al traffico. Ma dopo il disastro, non prima. Come tutti hanno dovuto pagare il pedaggio, anche all'autogrill nessuno ha fatto sconti. Contanti alla mano e fila mostruosa alle casse. Strano, questo Paese dalla solidarietà e dagli slanci di generosità a corrente alternata. Uscivo dal girone dei dannati e riuscivo a tornare a Pescara. Attorno alle 15.30 il rumore della chiave nella serratura di casa suonava come una melodia celestiale. Anche il mio gatto, che pure ne ha viste di tutti i colori, compreso il terremoto all'Aquila, mi guardava con gli occhi sgranati . Un "bentornata" enigmatico e liberatorio. Era davvero finita.