ROMA - Paralisi della capitale e di un pezzo d'Italia. Tutti a piedi o imprigionati sui treni e dentro le auto. Neve, gelo, Paese in tilt, e decine di vittime in questa ondata di maltempo che altrove sarebbe stata forse affrontata con decisione e pragmatismo, mentre qui fa emergere straordinarie inefficienze e l'assenza di piani d'intervento rapidi e efficaci.
Ministro Cancellieri, in una fase in cui l'Italia deve recuperare credibilità anche all'estero questa gestione dell'emergenza non ci danneggia terribilmente?
«Una bella figura non ce la fa fare. Soprattutto, ciò che rovina l'immagine del nostro Paese, in questa situazione d'emergenza molto vasta, complessa e che ha messo in difficoltà le strutture portanti della nazione, è il chiacchiericcio, gli scontri pubblici, le diatribe personali. Le istituzioni devono fare le istituzioni».
Non comportarsi come in un talk show?
«Sì, proprio così. Occorre affrontare in maniera seria i problemi, e quelli che abbiamo di fronte sono problemi profondi che riguardano l'uso e la manutenzione del territorio. Sarebbe bello che non ci fosse dietro la politica, quando si affrontano emergenze come quelle di questi giorni. Ma anche stavolta, purtroppo c'è la tendenza a buttarla in politica. Un modo per evitare di affrontare le questioni reali. Siamo il Paese della continua ricerca del capro espiatorio».
Chi è il capro espiatorio?
«Non lo so. Non mi tiri dentro la politica. Io in queste ore vedo, a Roma e nel resto d'Italia, la mobilitazione di tanti cittadini che si stanno impegnando nei soccorsi. Facendo sacrifici personali, anche in condizioni non facili. Guardiamo alla parte sana del Paese. I principali assi viari della penisola stanno funzionando, grazie a Viabilità Italia, di cui fanno parte la Protezione civile, il ministero dei Trasporti, la Società autostrade e soprattutto la polizia stradale. Che ha messo in campo 6.800 pattuglie, cioè un terzo in più di quelle impiegate normalmente nella stessa fascia di tempo. E i Vigili del fuoco hanno effettuato 5.400 interventi».
Nessuna inefficienza, dunque?
«Da parte dei soggetti che le ho citato, certamente no».
Altri invece sono stati inefficienti?
«Non voglio sollevare ulteriori polemiche né entrare in quelle già in corso. Bastano e avanzano».
Chi ha ragione e chi torto nel litigio fra il sindaco di Roma e il capo della Protezione civile?
«Preferisco non fare commenti. Rappresento un'istituzione. Una belle verifica delle cose farebbe bene a tutti. Dopo l'emergenza, a freddo, che non è il freddo della neve, dovremo andare a vedere le singole responsabilità e capire chi ha sbagliato e che cosa si poteva fare di più e di meglio. Ma anche vedere dove si è fatto bene. Non serve gettarci troppo la croce addosso».
Roma città chiusa ha dato una brutta immagine di sé?
«Questa è una città che non è proprio abituata alla neve, direi che è culturalmente estranea a questo tipo di emergenze e le fa fatica doverle fronteggiare. Lo abbiamo già visto nel 1985, quando la città si bloccò. I piani neve sono pane quotidiano in altre città, qui no. E poi Roma è piena di salite e di discese».
Sta assolvendo Alemanno?
«Io non condanno e non assolvo nessuno, anche perché non ho titolo per fare né una cosa né l'altra. Dico soltanto di guardare alla specificità di questa città e di riflettere su tutte le varie questioni. Mi ricordo che nel 1985 - io allora ero a Milano, in Prefettura - quando nevicò a Roma ci presero in giro. Poi nevicò a Milano e lì ci furono quindici giorni d'emergenza, tutto chiuso. Servirono i carri armati, per liberare le strade dalla neve. Nel '70, altra nevicata a Roma, mi ricordo che mi vestii da montagna e andai a lavorare. Non c'era nessuno. Ora, da questo punto di vista, è andata meglio».
Sta minimizzando, ministro?
«Non voglio affatto minimizzare ciò che sta accadendo. L'assenza di taxi e di autobus, nei giorni scorsi, è un fatto gravissimo. I mezzi pubblici devono essere provvisti di catene. E comunque, si tratta adesso di ragionare in termini diversi e di attrezzare anche Roma per l'emergenza neve. Che però è un bell'impegno, in un momento di tagli delle spese e di crisi economica».
«Si può fare di più», ha detto dalla Germania il premier Mario Monti, nel fronteggiare l'emergenza del maltempo. Giusto?
«Giustissimo».
Che cosa si può fare di più: per esempio far tornare la Protezione civile sotto il Viminale?
«Ne abbiamo parlato con il presidente Monti, e all'interno del governo, ma ci siamo riservati un ulteriore approfondimenti della materia».
Fare di più, in concreto, che cosa significa?
«Vuol dire che bisogna andare alla radice dei problemi enormi che riguardano il nostro territorio. Occorre dotarci di una cultura della manutenzione. In questo, l'Italia è più indietro, più carente, rispetto ad altri Paesi europei. Le calamità naturali da noi assumono proporzioni straordinarie e particolarmente preoccupanti e pericolose, anche perché abbiamo un uso scorretto del nostro territorio. Abbiamo costruito case sopra i torrenti, nessuno cura i boschi e le campagne, oltraggiamo le aree abitate e tutte le altre con abusi d'ogni tipo. Bisogna voltare pagina, sennò i fenomeni naturali si trasformeranno spesso in calamità».
Sempre in emergenza senza avere una cultura della prevenzione e dell'emergenza?
«Abbiamo troppe norme, troppi lacci e troppi lacciuoli che rendono difficoltosi gli interventi d'emergenza. Soffriamo la frammentazione dei centri decisionali e la burocratizzazione di tutto. Il problema della gestione del territorio è difficilissimo, e sarebbe giunto il momento di affrontarlo con serietà. Perché noi siamo sempre a rischio. Basta una pioggia un po' più forte, e la fragilità del nostro territorio viene a nudo in maniera drammatica».
Qui a Roma il dramma è stato la paralisi. Caput mundi o Caporetto?
«Roma è sempre Roma: Caput mundi. E poi oggi la Roma è andata pure bene, battendo per 4 a 0 l'Inter all'Olimpico. La gente è andata allo stadio, e ciò significa che non tutta la città era bloccata. I problemi maggiori hanno riguardato le periferie».