ROMA - Il posto fisso sembra essere diventato una fissazione per il governo. Continuano le gaffe da parte di suoi autorevoli esponenti. Dopo la «monotonia» del Monti-pensiero, ecco che ieri ci hanno pensato due signore di primo piano della sua squadra, Anna Maria Cancellieri e Elsa Fornero. «Il mondo sta cambiando. Ma noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà» sentenzia il ministro dell'Interno durante un'intervista televisiva. L'intenzione era quella di «sdrammatizzare» la querelle nata attorno all'infelice frase del premier sull'argomento. Il risultato è esattamente l'opposto.
Poco dopo, intervenendo all'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università di Torino, il ministro del Welfare ci mette il carico da novanta: «Chi oggi promette un posto fisso a vita promette facili illusioni». Anche in questo caso probabilmente l'intenzione è quella - per dirla con un noto spot - di non vendere sogni, ma solide realtà. E fare in modo che ognuno abbia strumenti adatti per affrontare con maggiore tranquillità momenti di crisi e di disoccupazione. Il governo con la riforma del mercato del lavoro - aggiunge infatti il ministro Fornero - «vuole spalmare le tutele su tutti», anche su chi oggi non ce l'ha.
Ma al di là delle intenzioni, filosofare su genesi e prospettive del posto fisso, alla fine non fa altro che alimentare il fuoco della polemica. Rendendo ancora più difficile per le parti sociali trovare un punto di sintesi sugli argomenti caldi del negoziato che a partire da oggi, con una serie di riunioni, entra nel vivo. Stamane Cgil, Cisl e Uil si vedranno nella sede del sindacato guidato da Raffaele Bonanni. Alla riunione non parteciperanno i leader ma i tre segretari confederali che si occupano nello specifico dell'argomento lavoro (Fulvio Fammoni per la Cgil, Giorgio Santini per la Cisl e Guglielmo Loy per la Uil). Anche il mondo delle imprese, dalla Confindustria all'Abi a Rete Imprese alle Cooperative, avrà oggi una riunione per fare il punto della situazione. Poi domani ci sarà un nuovo vertice tra i leader di tutte le parti sociali ed entro la fine della settimana ci potrebbe essere il terzo round a Palazzo Chigi. Il tutto tenendo ben presente - la Fornero lo ha ricordato anche ieri - che «il percorso deve essere rapido, non si può tergiversare, fermarsi, aspettare».
Dei quattro temi individuati - contratti, flessibilità, ammortizzatori e formazione - il punto più delicato resta l'eventualità di modificare le norme sui licenziamenti individuali. Il governo più volte ha detto che l'articolo 18 non deve essere un tabù e che se un posto di lavoro non c'è più, non ha senso difenderlo. Il compito di chi stabilisce le regole - ribadisce il ministro - deve essere quello di far sì che «una persona licenziata sia aiutata, dallo Stato, dalla società, dalla sua stessa impresa a trovare in tempi rapidi un nuovo lavoro». Il muro sindacale che fino a qualche giorno fa sembrava invalicabile, inizia a mostrare qualche apertura. La Cisl si è detta disponibile a «una robusta manutenzione dell'articolo 18». Oltre all'accelerazione dei tempi per le decisioni del giudice sul reintegro, il sindacato di via Po propone di estendere le norme che attualmente regolano gli esuberi collettivi (almeno 5 persone) per motivi economici anche ai licenziamenti individuali. Il che garantirebbe al lavoratore licenziato di usufruire di due anni di mobilità. Un'ipotesi che trova concorde la Uil, ma non la Cgil. «Una manutenzione dell'articolo 18 intesa come diminuzione della sua efficacia non è giusta e nemmeno necessaria» fa sapere Susanna Camusso. A sostegno della sua tesi, la Cgil diffonde i dati sul reintegro: negli ultimi 5 anni ha rappresentato appena l'1% delle cause contro licenziamenti illegittimi, non più di 300 l'anno. La leader di Confindustria. Emma Marcegaglia, però insiste: «In nessun altro Paese c'è il reintegro per un licenziamento che non sia discriminatorio. Dobbiamo diventare europei: se c'è un licenziamento non giusto l'imprenditore deve pagare un'indennità». E avverte: «Se la riforma non dovesse andare in porto sarebbe un bruttissimo segnale, perché è una delle grandi riforme e c'è una grande attesa da parte dei mercati finanziari».