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Data: 11/02/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Assalto alle liberalizzazioni in Senato 2.299 emendamenti. I centristi: non cediamo all'assedio delle corporazioni

ROMA - - La carica dei 2.299 emendamenti al decreto liberalizzazioni, depositati ieri alla commissione Industria del Senato, stravolgerà il provvedimento del governo oppure stavolta la pressione delle lobby e dei loro terminali in Parlamento non raggiungerà lo scopo? «Non li ho visti tutti», è la notazione che Mario Monti invia dall'America. Ma il premier è allarmato, tant'è che già dagli States ha avuto contatti con i leader politici, in modo di limitare «al minimo» le modifiche, visto che i senatori non sembrano aver dato retta alle richieste del premier che, sempre da Washington, aveva auspicato «modifiche minime» al decreto.
Ma già il presidente della commissione, Cesare Cursi, era stato buon profeta quanto alla pioggia di emendamenti dicendo che «i senatori sono 315, ma a presentare proposte saranno 316». Il più prolifico tra i partiti nella presentazione degli emendamenti, è il Pdl: 857. Segue il Pd con 617, l'Udc con 181, il gruppo di Coesione nazionale (Viespoli) con 164, l'Idv con 150 e la Lega con 137. Più spiccioli di gruppetti e partitini. Molti, va detto, sono doppioni e i relatori del Pdl, Simona Vicari, e del Pd, Filippo Bubbico, hanno annunciato che da martedì saranno al lavoro per ridurne la quantità: «Presenteremo - hanno detto - degli emendamenti di sintesi, in particolare su alcune temi condivisi su cui molti senatori hanno presentato proposte pressoché identiche. Le accorperemo e poi ci sarà una riscrittura da parte di noi relatori». Questo lavoro servirà a sfrondare, ad esempio, il numero strabordante di modifiche alle norme sugli avvocati, assai ben rappresentati in Parlamento e assai ostili a questo decreto per quanto riguarda la loro professione.
D'altra parte, sono gli stessi vertici parlamentari del Pdl in Senato, i capigruppo Gasparri e Quagliariello, a promettere di «concentrare l'impegno» del partito su un «numero limitato di questioni migliorative e, quindi di emendamenti». Contro l'eccesso di interventi sul testo del decreto parla soprattutto Pier Ferdinando Casini: «I partiti sono pazzi - afferma il leader Udc - a frenare le liberalizzazioni su spinta delle corporazioni. Questo significa non avere capito nulla della fase politica che abbiamo cominciato con Monti. Occorre andare avanti e non frenare». Casini, quindi, invita tutti «a non tirare per la giacca il governo, perché non si può essere iper liberisti su alcuni settori e cercare di frenare su altri. Quello raggiunto dal governo è un equilibrato punto di compromesso E noi vogliamo - conclude il leader del Terzo Polo - che il governo possa operare con serenità».
Per lo sfoltimento è anche il Pd. Mentre l'atteggiamento dell'esecutivo, in generale, non è di chiusura, anche se fra professioni, farmacie, carburanti, banche, assicurazioni e servizi pubblici locali la corsa alle modifiche è in tutti i campi. Quanto al voto di fiducia, il governo non lo esclude. Intanto vuole seguire l'andamento dei lavori parlamentari e poi deciderà. Un punto appare particolarmente delicato: quello relativo allo scorporo fra Eni e Snam Rete Gas. Un parte del Pd, quella di area Enrico Letta e particolarmente vicina al governo Monti, è schierata sulla linea della separazione vera, mentre i bersaniani e gran parte del Pdl propendono per una scelta più soft. Ovvero: una società separata per la gestione della rete, ma sempre controllata da Eni.
Anche sul fronte della banche piovono emendamenti, come quello di Lanutti (Idv) per chiedere che «il 50 per cento dei 203 miliardi che gli istituti di credito hanno ottenuto dalla Bce sia destinato alle piccole e medie imprese con un tasso non maggiore del 3 per cento».

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