ROMA - La decisione di Monti era nell’aria. Ma quando il colpo arriva è duro lo stesso. «Si è persa un’occasione per velocizzare lo sviluppo della città», non riesce a mascherare la delusione Alemanno. Che telegrafico affida a Twitter la sintesi del suo stato d’animo, «Olimpiadi 2020: rinuncia ad una candidatura vincente». E ringrazia chi ha sostenuto il progetto e «tutte le forze politiche di maggioranza e opposizione che hanno lealmente sostenuto questa candidatura». Annullata la conferenza stampa fissata a metà pomeriggio per evitare qualche asprezza di troppo su Monti il sindaco di Roma ha insistito nel dire che «in questo modo non si scommette solo sul futuro di Roma ma di tutta Italia». Opinione condivisa da Angelino Alfano, che insieme a Casini e Bersani aveva lanciato un appello per spingere il premier a cambiare idea in extremis. «È un’occasione sprecata, non può passare l’idea che l’Italia sia un Paese senza fiducia e senza speranza nel futuro», commenta amaro il segretario Pdl. Nel suo partito contro la decisione del premier si alza un fuoco di fila bollando la scelta come «anti-nazionale». Berlusconi da Arcore si limita invece a parlare di «amarezza per un’occasione perduta» pur capendo «i sacrifici in questo momento».
Il sostegno alla candidatura abortita è stato trasversale. Le critiche arrivano però da tutti i fronti e da varie angolazioni, e non risparmiano il sindaco capitolino. «Utilizzare la decisione di Monti per uno scaricabarile nei confronti di Alemanno non ci appassiona risponde Pier Ferdinando Casini a chi gli chiede se sia d’accordo nel chiedere le dimissioni del primo cittadino romano in Campidoglio facciamo opposizione ma non siamo sciacalli». E ancora, entrando più nel merito: «A tutti gli italiani sarebbe piaciuto avere le Olimpiadi a Roma. Noi abbiamo avuto sollecitazioni da decine di dirigenti del partito nel Lazio, ma bisogna essere onesti: le motivazioni di Monti sono tutt’altro che peregrine e dimostrano una grande serietà».
Chi invece ci va giù duro è Veltroni che intinge la penna nel curaro. Per l’ex sindaco di Roma la candidatura è stata gestita male: «È stata faziosa, di parte e non adeguata dal punto di vista dell’autorevolezza, come dimostra anche la delegazione che si è recata da Monti con tre esponenti del centrodestra senza i presidenti della Regione e della Provincia, esclusi immagino in virtù di gelosie infantili».
L’immagine di una capitale avvitata nella crisi di tutto il Paese. Il rischio che la bocciatura di Monti generi una sindrome depressiva. Sono questi i temi toccati dai leader dei partiti che avevano sottoscritto una mozione a favore di Roma2020. Scavalcati da una firma che va oltre il mandato tecnico conferito a Monti? «Il governo ha preso una decisione meditata, che rispettiamo si mostra cauto il segretario del Pd Pier Luigi Bersani L’importante adesso è che questa scelta venga letta come segno di responsabilità e non di sfiducia in noi stessi».
Perplessi e contrari sin dall’inizio alle Olimpiadi «romane» quelli dell’Idv. Gongola invece Bossi che giudica la decisione «ottima». Il leader leghista, di buon umore, ironizza, «potevano dargli quelle invernali». E vagamente sprezzante aggiunge: «A Roma fanno solo casino». Non sfugge a nessuno però che ora avrà un argomento in meno per attaccare il premier.
Il sindaco: «Non penso a dimettermi
I partiti favorevoli ma troppo deboli»
Il sindaco accusa il colpo, duro, contro un pilastro fondamentale del suo piano per il futuro della città. «Rinunciare a una candidatura vincente, sostenuta da un progetto di ottimo livello tecnico e di grande sobrietà economica, significa non scommettere sul futuro dell’Italia».
Sindaco Alemanno, lo stop del governo è un colpo contro Roma?
«Secondo me è una lettura fuorviante, che al limite può riguardare la Lega e alcuni ambienti nordisti. Ma non è questo che ha condizionato la decisione di Monti».
Allora la bocciatura è una sua sconfitta personale?
«No, il problema che si è posto il premier riguarda la situazione economica del Paese. Il governo ha preferito non esporsi sul piano finanziario, invece di investire su un grande progetto di sviluppo per Roma e per l’Italia. La vera questione, a questo punto, è quale idea abbia l’esecutivo per lo sviluppo e il futuro di questo Paese».
Il Pdl parla senza mezzi termini di scelta antinazionale e di cedimento ai diktat della Merkel. La pensa anche lei così?
«Monti ci ha detto proprio questo: non poteva garantire la copertura del nostro progetto, perché questo poteva apparire un segnale sbagliato ai mercati finanziari».
C’è stata però anche una sfiducia sul merito del progetto? In passato non sono mancate Olimpiadi che si sono rivelate un flop economico, e c’era chi temeva fortemente che questo rischio avrebbe riguardato anche Roma. Perché?
«Tutti gli investimenti possono avere un esito positivo o negativo, ma è un atteggiamento perdente pensare di non essere in grado di evitare fallimenti. Peraltro il nostro progetto era il meno dispendioso tra quelli messi in campo: i costi erano un terzo di quelli di Baku e la metà di Istanbul e Tokyo».
Si trattava comunque di un impegno economico forte. Era sostenibile, in questo momento?
«La commissione Fortis, insediata dal precedente governo per studiare l’impatto economico delle Olimpiadi a Roma, aveva stimato un ritorno fiscale di 4,6 miliardi di euro nelle casse dello Stato. A fronte di investimenti per 4,7 miliardi, scesi a 4,3 con il project financing per la Città dello sport di Tor Vergata. E i privati avrebbero partecipato con 5,4 miliardi di euro di investimenti, pari al 56 per cento della spesa complessiva. Insomma, un progetto che non pesava sulle spalle del contribuente e che avrebbe promosso l’economia, il turismo e l’immagine del nostro Paese».
Avrà pesato una certa sfiducia antiromana nella gestione dell’evento, visti anche alcuni precedenti, da Italia ’90 ai Mondiali di nuoto?
«Contro questo rischio avevamo proposto a Monti e Napolitano la creazione di una commissione di controllo, di nomina governativa, con procedure blindate. C’erano tutte le condizioni per fare le cose presto e per bene».
Ha pensato di dimettersi dopo la fumata nera da palazzo Chigi?
«Assolutamente no. La scelta di Monti è una bocciatura per l'Italia non per Roma. E infatti significa non ritenere l'economia italiana in grado di sostenere quello che lo stesso Monti ha definito un buon progetto di Roma e del Coni».
Ma è deluso dall’appoggio offerto dai partiti politici?
«L’appoggio della politica c’è stato, sia da destra che da sinistra. Sono state presentate mozioni parlamentare di sostegno della candidatura da parte di Pdl, Pd e Terzo Polo. Purtroppo non sono state sufficienti a influire sull’orientamento del governo».
Ma il premier non aveva dichiarato di non voler prendere decisioni contro la maggioranza parlamentare?
«Monti fa leva sulla sua credibilità personale e tecnica per portare avanti progetti controversi: dalle pensioni alle liberalizzazioni, fino all’articolo 18. I partiti fino ad ora sono riusciti solo a fare qualche interdizione su questi progetti, senza però essere realmente propositivi e condizionanti».
Ma per Roma questa rinuncia è una grave battuta d’arresto?
«Il premier mi ha garantito che le grandi opere andranno avanti con altri strumenti. Mi chiedo, allora, perché fermare la candidatura, visto che gli investimenti per le strutture sportive erano di appena 783 milioni, mentre tutto il resto serviva per infrastrutture indispensabili per la capitale. Comunque andremo avanti lo stesso con la massima determinazione. Il progetto di Roma Capitale non si ferma qui».