ROMA - Se ne parlerà, ma alla fine. Si affronterà, ma come ultimo tema sul tavolo. La trattativa sulla riforma del mercato del lavoro congela temporaneamente le modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. La decisione, comunicata dal ministro del Welfare, Elsa Fornero, in apertura dell’incontro di ieri a Palazzo Chigi con le parti sociali, mette le ali al negoziato. E l’obiettivo di chiudere presto diventa realistico e raggiungibile. Un’intesa potrebbe essere possibile «all’inizio di marzo», prevede la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. Poi il governo dovrà tradurre il tutto in una legge delega. Già ieri si è entrati nel merito con un passo avanti importante su una delle richieste del sindacato, l’apprendistato: sarà la forma tipica di ingresso per i giovani, assicura il governo. Lunedì ci sarà una nuova riunione tra le parti sociali e il ministro del Welfare, nel frattempo continueranno gli incontri separati e il lavoro del tavolo tecnico permanente.
A far incanalare su una strada in discesa il confronto anche la decisione sugli ammortizzatori sociali: il sistema sarà rivisto, ma l’applicazione delle nuove regole (che comunque saranno stabilite ora) sarà posticipato di un anno e mezzo o forse due, comunque «non prima del 2014». Un punto essenziale sia per Confindustria alle prese con «situazioni di aziende in crisi e ristrutturazioni» e sia per gli artigiani e i commercianti che vedono con il fumo negli occhi una rivisitazione delle regole che preveda una loro compartecipazione al sistema di cassa integrazione (la cassa in deroga ora è pagata dalla fiscalità generale).
Dopo il passo falso del primo round, dopo una semplice elencazione di titoli del secondo, questo terzo round a Palazzo Chigi è quindi finalmente entrato nel merito dei contenuti della riforma, mettendo una serie di puntini sulle ”i”. Primo: non c’è un aut aut del governo. «Non è un prendere o lasciare» assicura la Fornero. Secondo: il tema del riordino dei contratti e delle flessibilità in entrata è subordinato a quello delle flessibilità in uscita. Tradotto significa che l’articolo 18 sarà pure «l’ultimo» della lista, ma siccome «tutto si tiene» non può essere messo da parte. Terzo: niente contratto unico in entrata, il numero delle forme contrattuali sarà sfoltito, ma il governo - promette il ministro del Welfare - «non userà l’accetta». L’esecutivo è d’accordo, come richiedono i sindacati, a puntare sull’apprendistato come contratto tipico di ingresso dei giovani. La Fornero però avverte: «sull’uso improprio» di questo strumento ci sarà «tolleranza zero». Più in generale ci saranno «sanzioni e controlli» in tutte le situazioni di abusi di flessibilità. I sindacati chiedono una lotta senza frontiere alle false partite Iva, dietro cui si nascondono veri e propri lavori subordinati. «Ce ne sono troppe» ammette il ministro. Ma precisa: «Occorre evitare la discontinuità e che migliaia di lavoratori finiscano in nero». Una cautela che mette sul chi va là i sindacati. «Indietreggiare sull’argomento - dice il leader Cisl, Raffaele Bonanni - sarebbe miope e sbagliato. Il governo deve confermare la sua impostazione originaria e dare un segnale forte».
«Siamo partiti con il piede giusto» commenta il numero uno della Cgil, Susanna Camusso, «finalmente si è parlato della flessibilità malata che io chiamo precarietà». E certamente aiuta aver relegato all’ultimo la discussione sull’articolo 18. Anche perché la Camusso insiste: «Per noi il tema non c’è». L’unico terreno di discussione, ribadisce, è quello dei «tempi, dei modi e delle procedure». Il che potrebbe significare che la Cgil parteciperà a tutti i capitoli escluso l’ultimo, quello sui licenziamenti. Non sarà così per la Cisl, invece. Bonanni lo ha ribadito: «Inutile prenderci in giro. Sappiamo che il governo interverrà, sta a noi trovare soluzioni. Quando arriverà il momento spero nella ragionevolezza di imprenditori, governo e forze politiche, e dello stesso sindacato». La pensa così anche la Uil, ma non l’Ugl. «Interessata a fare una buona riforma» è sicuramente la Confindustria. La cui leader Marcegaglia però ricorda: «Per noi significa flessibilità in entrata, ammortizzatori sociali e flessibilità in uscita». Ovvero anche l’articolo 18. Concorda Giuseppe Mussari, numero uno dell’Abi, l’associazione che raggruppa le banche: «Non c’è un tema che è un tabù o non si può toccare».