ROMA - Il confronto continua: si rivedranno dopodomani e poi ancora tra una settimana, il primo marzo, quando si inizierà a parlare di flessibilità in uscita, quindi anche del fatidico articolo 18. E per ora continua con tutti, anche con la Cgil che smentisce le ipotesi di abbandonare il tavolo. Sulla riforma del mercato del lavoro si va avanti, quindi, anche se la strada non è proprio in discesa. «È stata una discussione molto faticosa. Usciamo dall’incontro con molti più interrogativi che certezze» sintetizza la leader Cgil, Susanna Camusso.
Man mano che il puzzle inizia a delinearsi, aumentano le perplessità delle parti sociali. Come quelle sul ridisegno degli ammortizzatori sociali che dovrebbe partire dall’autunno del 2013. Secondo quanto illustrato dal ministro del Welfare, Elsa Fornero, il sistema diventerà universale e si reggerà su soli due pilastri: uno a tutela del posto di lavoro, e l’altro a sostegno del periodo di disoccupazione. Il primo, di durata certa e limitata, in pratica consisterà nella cassa integrazione ordinaria allargata a situazioni di riorganizzazione e ristrutturazione aziendale (finora coperte con la straordinaria), ma scatterà solo quando l’azienda ha prospettive reali di non chiudere. Altrimenti ci sarà l’indennità di disoccupazione (che accorperà le attuali varie forme, disoccupazione ordinaria, speciale e mobilità). «Non può funzionare se non si risolve il problema delle risorse» dice il numero uno della Uil, Luigi Angeletti. «Il governo deve spiegare dove prende i soldi e chi paga» concorda il leader Cisl, Raffaele Bonanni.
A lasciare perplessi sindacati e imprese, è anche il timing. «Non si può predeterminare a tavolino il giorno in cui finisce la crisi» osserva la Camusso. Confindustria propone di legare l’avvio del nuovo sistema a indicatori precisi, tasso di disoccupazione e Pil ad esempio. A complicare la situazione anche le modifiche proposte sui contributi figurativi del periodo di cig: non più correlati alla retribuzione ma all’indennità di disoccupazione, presumibilmente più bassa. Cosa che si rifletterebbe negativamente sugli assegni pensionistici. Di qui la netta contrarietà dei sindacati.
Dalle imprese poi arriva un no anche a una flessibilità in entrata più costosa. Oltre a fare dell’apprendistato il contratto di ingresso tipo per i giovani, infatti, la Fornero ha in mente un sistema di disincentivi (contributi più alti) e incentivi (per chi trasforma i contratti a tempo indeterminato). Spiega il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia: ok «alla tolleranza zero» nei confronti degli abusi, «ma non vogliamo che la flessibilità buona venga irrigidita, burocratizzata, e i costi aumentati». Giovedì prossimo le imprese, grandi e piccole, presenteranno un loro documento sulla questione. In ogni caso la Marcegaglia si dice «fiduciosa» sulla possibilità di trovare un accordo: «Andiamo avanti, lavorando tassello dopo tassello». E trova «giusto» che in mancanza di un’intesa il governo - come ha ribadito il premier - vada avanti lo stesso e presenti la riforma entro marzo. Un’eventualità vista con il fumo negli occhi dai sindacati. Avverte l’ex numero uno di corso d’Italia, Guglielmo Epifani: varare una riforma di questa portata «senza un accordo di massima con le parti sociali sarebbe un azzardo molto grave».