«Continuerò a occuparmi di ricostruzione, anche più di prima, ma lo farò da presidente della Regione, senza un rapporto di dipendenza funzionale dal Governo». Il giorno dopo l’annuncio della fine del commissariamento, prevista per l’estate, il Pd invoca l’avvio di una fase nuova, Appello per L’Aquila chiede a Barca di tutelare la trasparenza e Gianni Chiodi passa al contrattacco. Il governatore non ha digerito a cuor leggero alcune letture dell’annunciata svolta nella governance che lo vorrebbero quasi delegittimato a proseguire.
Lo stesso ministro Barca, presidente, non è sembrato convintissimo di far terminare il commissariamento.
«Barca ha ribadito la sua fiducia e ha detto che non c’è alcuna fretta, ma io sono convinto che il mio compito era quello di avviare la ricostruzione e, non appena ciò fosse avvenuto, far tornare la governance nelle mani degli enti locali».
Lei aveva già annunciato la possibilità di lasciare sul finire dello scorso anno.
«Sì, il ritardo in questo senso è dovuto al fatto che c’è stato il cambio di Governo. Prima di lasciare il ruolo da commissario devo portare a termine il programma che avevo stabilito: arrivare alla firma delle intese sui piani di ricostruzione, far esaurire alla filiera l’esame delle 7.500 pratiche per le case E e assicurarmi l’avvio delle altre, far restare Fintecna, Cineas e Reluis a supporto dei Comuni anche per i centri storici, destinare tutti i fondi per gli interventi pubblici».
Dunque dall’estate cosa cambierà?
«Anche se fosse rimasto il regime commissariale, in virtù di quanto ho detto, avrei dovuto monitorare, controllare, ripartire i budget ai sindaci. Questo lo si può fare anche da presidente della Regione. È una svolta che serve anche a dire che non si è più in una fase emergenziale con un controllo stretto».
Dunque non lascia perché si sente delegittimato o esautorato.
«Il governo ha ribadito, attraverso Barca e Catricalà, e dunque personaggi terzi rispetto a quanto accadeva sotto Berlusconi, che sono state fatte molto più cose di quelle che compaiono, sottolineando che c’è un deficit di informazione. I regimi commissariali devono avere inizio e fine. Ho lavorato per questo, in una fase difficilissima e con un peso incredibile, in un contesto di grande conflittualità».
E i ritardi di cui molto si parla?
«Qui ci sono interessi giganteschi. Ho voluto che fosse rispettata la legalità e questo è stato scambiato come un ritardo dei processi. L’ho fatto per tutelare l’interesse dei cittadini. Anche la mia ostinazione sui piani di ricostruzione era funzionale ad assicurare l’effettiva erogazione dei contributi».
Politicamente quali effetti avrà la fine del commissariamento?
«Io sono il presidente della Regione, sono garante degli abruzzesi e degli aquilani nei processi di ricostruzione. L’interesse sarà comunque continuo, sarò presente con forza con i ruoli che può svolgere il governatore. Questo passaggio eliminerà molti alibi, il regime commissariale è stato per molti una scusa per nascondere scarsa efficienza e incapacità. L’ho fatto per senso del dovere. Molti sindaci sono preoccupati di non essere più sostenuti. Li rassicuro: li sosterrò e li aiuterò».
Dunque, come sarà riorganizzata la governance?
«La Regione, così come i Comuni, avrà compiti in più. Sarà necessario istituire un ufficio regionale che si occupi di ricostruzione. Ritengo che anche la Sovrintendenza, quando si rientrerà nella normalità, debba strutturarsi con un ufficio apposito. Stm ed Sge spariranno».