Sono indagati anche due autisti per favoreggiamento Tutti sono tornati al lavoro dopo una sospensione
MONTORIO. Chiede di patteggiare la pena, in modo da chiudere subito i conti con la giustizia ed evitare un processo lungo e dispendioso, la donna di Montorio al Vomano protagonista del caso del bimbo dimenticato sullo scuolabus e indagata per lesioni colpose.
IL FATTO. La donna lavora come assistente sugli scuolabus alle dipendenze di una cooperativa che gestisce il servizio per il Comune di Montorio. Nel novembre scorso non si accorse che uno dei bimbi a lei affidati era rimasto a bordo del mezzo dopo essersi addormentato durante il tragitto verso la scuola. Il piccolo, quattro anni, rimase dunque chiuso nel pulmino, nel frattempo parcheggiato in un luogo isolato, fino a quando l’autista e l’assistente, in tarda mattinata, non tornarono sul veicolo per compiere il giro di ritorno. Per il bambino una prigionia forzata e angosciante di circa quattro ore, nella quale pianse e urlò invano per richiamare l’attenzione. La donna inizialmente è stata indagata per abbandono di minore, un reato che però presuppone il dolo, cioé l’intenzione di compierlo. Non era certamente questo il caso, essendosi trattato palesemente di una distrazione, per quanto grave. In presenza di alcuni referti medici che hanno riferito di uno stato di agitazione e disidratazione del bambino, la procura ha cambiato l’imputazione in lesioni colpose. L’assistente non è l’unica persona finita nei guai per l’episodio. L’autista del pulmino e un suo collega della stessa cooperativa sono indagati per favoreggiamento personale. Entrambi avrebbero cercato di “coprire” la donna, fornendo alle autorità una versione dei fatti non rispondente al vero.
L’ISTANZA. Ora l’assistente, tramite il suo legale Enzo Formisani, ha presentato un’istanza scritta di patteggiamento al pm Bruno Auriemma, che è chiamato a dare parere favorevole o contrario. Appare scontato che Auriemma dirà sì e che non ci saranno difficoltà tra le parti a raggiungere un accordo sulla pena da infliggere. Poi toccherà a un giudice terzo valutare se questa è congrua o meno e sancire il patteggiamento. Le ragioni di questa scelta processuale sono facilmente immaginabili. Da un lato la distrazione c’è stata, dunque sotto il profilo della colpa la donna è difficilmente difendibile. Dall’altro, affrontare un processo ordinario nel quale il nodo del contendere sarebbe la gravità delle conseguenze psicofisiche subite dal bimbo e, pertanto, la difesa dovrebbe affidare un costoso incarico medico-legale a un consulente di parte, sarebbe molto pesante per una precaria che guadagna 600 euro al mese.
I DANNI. Le lesioni accertate dai medici sul bimbo, secondo indiscrezioni, al momento non sono ritenute gravi. Gli unici dati oggettivi messi nero su bianco sono lo stato psicologico di agitazione indotto dallo spavento subìto e la disidratazione causata dal pianto e dalle urla. Nel referto medico a disposizione della Procura, in realtà, si sostiene che è ancora presto per stabilire se il bambino dalla sua disavventura riporterà un trauma psichico conclamato. Ma, anche se in sede penale la scelta del patteggiamento da parte dell’indagata eliminerebbe il risarcimento dell’eventuale danno, per chiedere un ristoro economico la famiglia del piccolo avrebbe la possibilità di intentare una causa in sede civile. Qui entrerebbe in ballo l’assicurazione della cooperativa, che - come tutte le società che si occupano di trasporto di persone - deve per legge essere assicurata contro i danni subiti dai trasportati. E, infatti, lo è.
AL LAVORO. Nel frattempo, dopo un periodo di sospensione dal servizio, sia l’assistente che l’autista che lavorava con lei sono tornati al lavoro. La società li ha però assegnati, opportunamente, a un altro percorso di scuolabus.