La struttura del commissario è un livello burocratico di cui si può fare a meno: è fonte solo di rallentamenti
PESCARA. «Per L’Aquila adesso ci vuole un Piano Marshall».
Massimo Cialente ricorre a un’immagine che arriva diritta dall’Italia in ginocchio del secondo dopoguerra per spiegare la situazione della città di cui è sindaco, a tre anni quasi dal terremoto che l’ha devastata. E’ fatto di strumenti legislativi in deroga e risorse finanziarie il piano straordinario di aiuti che chiede, Cialente, candidato sindaco scelto dal Pd per le elezioni comunali di primavera. Ma Cialente a guarda con una sorta di fiducia rinnovata al futuro, dopo la visita all’Aquila, lunedì scorso, del ministro Fabrizio Barca, incaricato dal premier Mario Monti di accelerare la ricostruzione, e dopo il concomitante annuncio da parte di Gianni Chiodi della sua intenzione di passare la mano, in giugno, come commissario straordinario lasciando i poteri ai comuni del cratere del sisma.
Sindaco Cialente, dopo la fine del commissariamento, per i comuni sarà più semplice operare?
«Sì. Potremo operare in maniera più serena. In questo momento c’è un livello burocratico ulteriore, quello della struttura commissariale, di cui si può fare a meno, che è solo fonte di rallentamenti per i finanziamenti e per tutto il resto che c’è da fare. Tanto per fare un esempio, da 40 giorni sto aspettando una firma, che non conta nulla, per un finanziamento di 600 mila euro. Senza quella firma, avrei già appaltato i lavori. Senza la struttura commissariale ci sarà uno snellimento delle procedure e una chiarezza democratica».
Cioè?
«Adesso i cittadini non sanno di chi è la responsabilità di ogni cosa e, per esempio, addebitano ai comuni quella di ritardi per cose che ai comuni non competono. Noi siamo pronti a far fronte ai compiti che ci attendono. Abbiamo già gestito, come comune dell’Aquila, la case B e C, tutte ricostruite in pochi mesi, facendo controlli molto attenti. Se ci dànno la possibilità di avere voce in capitolo nell’organizzazione delle tempistiche dei lavori, abbiamo tutto il know-how per andare avanti. Il presidente Chiodi deve solo fare l’intesa per il piano di ricostruzione, poi possiamo partire. Ho fermo il piano di Onna dal 4 gennaio. Se per ognuno dei 50 piani di ricostruzione dell’Aquila si dovessero impiegare dai due ai tre mesi, di questo passo, per l’avvio della ricostruzione, dovremmo attendere il 2016».
Che cosa si aspetta che faccia Chiodi, una volta dismessi i panni di commissario?
«Semplicemente che faccia il presidente della Regione, con una funzione di coordinamento nell’ambito della ricostruzione. Ma mi aspetto anche che faccia approvare, per L’Aquila, una legge che ci aiuti a livello amministrativo. In tre anni, la Regione ha fatto solo una legge per distribuire quei 9 milioni frutto delle donazioni via sms. Poi ha insediato una commissione di monitoraggio per la ricostruzione. Insomma, ognuno adesso deve fare la sua parte. Quello che ho scontato sulla mia pelle, in questi anni, è il fatto di essere un sindaco visto come il principale responsabile di tutto, mentre non ero responsabile di niente. Chiodi, invece, se ne stava tranquillo come un dio sull’Olimpo. Adesso si torna a un livello democratico».
E’ anche una sfida a fare meglio quella che l’attende ora.
«Sì, ma è una sfida che stiamo portando avanti già da tempo. Personalmente ci siamo assunti la responsabilità di dire ciò che non funzionava e questo governo tecnico ha dato ragione a noi. Questo governo si è comportato come un arbitro, come un giudice di pace. Noi lo scontro istituzionale non lo volevano. Adesso però forse avremo bisogno di maggiori forze. Stanno per arrivare circa 20 mila domande per far fronte alle quali forse avremo bisogno, per esempio, di consolidare gli attuali lavoratori Co.co.co e di avere altro personale».
Basterà avere più personale?
«Chiediamo anche una sorta di Piano Marshall normativo. L’ho chiesto ai ministri Barca e Catricalà; stamattina (ieri per chi legge ndr) ne ho parlato al telefono anche con Letta. Come comune, siamo chiamati a rispettare una miriade di leggi e regolamenti, ma noi non siamo un comunque qualsiasi, siamo un comune in guerra. Per firmare quelle 20 mila domande abbiamo solo i nostri funzionari e dirigenti comunali. E’ un carico di lavoro impressionante. Ho chiesto di poter prendere delle persone, anche per un anno, e di poter derogare a certe norme. L’avrei chiesto anche se fosse rimasto il commissariamento».
Quando pensa che sarà completata la ricostruzione dell’Aquila?
«Se si parte subito, adesso, la ricostruzione delle periferie dovrebbe finire nel 2014. Nella primavera di quell’anno dovremmo aver messo dentro le case circa 8 mila nuclei familiari. A quel punto, l’emergenza abitativa sarà terminata e potremo cominciare a risparmiare un po’ di soldi da impiegare nella manutezione del piano Case e dei Map».
E per il centro storico?
«Lì siamo più preoccupati. Se si firma subito il piano di ricostruzione, tenendo conto che i cittadini hanno fra i 120 e i 300 giorni per presentare i progetti, se riusciremo ad avere una struttira apposita di 40 tecnici per “processare” le richieste, i tempi di ricostruzione dovrebbero variare dai 24 ai 36 mesi fino ad arrivare, per i lavori più complessi, a 5 anni. Il fattore limitante è uno solo».
Quale?
«I soldi. Gliel’ho detto a Barca: qui è inutile preoccuparsi delle competenze. Quello che chiedo di sapere è questo: in tot anni vi diamo tot milioni di euro. Poi, noi che siamo gente di montagna, sappiamo che dobbiamo avere un passo cadenzato, costante. Il nostro passo, insomma, quello degli alpini».