La deposizione in aula «L’ex sindaco Pd tentò di liberarsi di me Non feci pressioni per aiutare mia moglie»
PESCARA. «Una strategia di Cantagallo per liberarsi di me. L’ex sindaco non aveva stima di me: parlando con un poliziotto nel suo ufficio recitò anche la canzoncina “Zupo di merda, Zupo di merda”. Da sei anni, pago un prezzo altissimo soltanto per aver fatto il mio lavoro: sono tempestato di lettere anonime e il riferimento è sempre che io sarei un cornuto». Così, ieri al processo Ciclone, ha parlato l’ex capo della Mobile Nicola Zupo. Al termine di una deposizione lunga un’ora e 5 minuti, Zupo ha pianto.
«Nel 2005 ricevetti una lettera anomina che diceva che mia moglie, Antonella Marsiglia, era l’amante del sindaco di Montesilvano Enzo Cantagallo. Io», ha raccontato in aula Nicola Zupo, oggi dirigente del commissariato di Sanremo, «feci una cosa molto semplice: tornai a casa da mia moglie, le mostrai il foglio di carta e domandai cosa c’era di vero. Se è vero, le dissi, me ne vado. Lei negò tutto e oggi siamo ancora sposati mentre, da sei anni, non sento altro che parlare di complotti. Da sei anni, sono tempestato di lettere anonime e il riferimento è sempre che io sarei un cornuto. Nel 2010», ha detto ancora Zupo, «quando sono stato nominato primo dirigente e trasferito alla questura di Ravenna pensavo di stare tranquillo e, invece, un mese dopo il mio arrivo è uscito un articolo su Il Giornale sul processo Ciclone e questo articolo, intitolato “Storia di corna e manette diventa guerra tra giudici”, accompagnato da un’altra lettera anonima, è stato inviato al questore di Ravenna e al capo della polizia. Per questo», ha rivelato l’ex capo della Mobile, «ho subìto anche un’ispezione che non ha dato esito».
Zupo ha parlato di un piano degli indagati per minare l’inchiesta: «Prima dell’arresto, Cantagallo incontrò l’ex prefetto Giuliano Lalli, l’ex questore Dante Consiglio e il procuratore Nicola Trifuoggi: lo scopo? Convincere tutti che io ero animato da astio nei suoi confronti e non potevo guidare le indagini. Una strategia per liberarsi di me».
Di un’azione per screditare l’inchiesta ha parlato anche l’ispettore capo Franco Nonni: «In un’intercettazione telefonica l’ex capo di gabinetto di Cantagallo, Lamberto Di Pentima, dice che “il presidente”, cioè l’ex giudice Angelo Angelini, “vuole vedere morto il capo di Pavoncello”. Pavoncello è il sostituto commissario Giancarlo Pavone e il suo capo è Zupo. Poi, in un’intercettazione ambientale con Cantagallo, Di Pentima racconta dell’idea di Angelini di una “campagna denigratoria” contro Zupo e la definisce “una cosa geniale”».
Sull’assunzione della moglie e le presunte «pressioni» denunciate in aula da Cantagallo con una dichiarazione spontanea risalente al 7 dicembre scorso, Zupo ha detto: «Io non ho mai minacciato Cantagallo per l’assunzione di mia moglie. Sarei stato un pazzo se l’avessi fatto, visto che sapevo che già nel 2003, prima del mio arrivo alla Mobile, c’era stata un’indagine su Cantagallo archiviata a causa di una clamorosa fuga di notizie dopo appena due giorni dall’inizio delle intercettazioni. Nessuno mi ha fatto un favore», ha detto Zupo, «è stato un ricongiumento familiare: nel 2004, mia figlia aveva un anno e mezzo».
Zupo ha parlato anche del ruolo dell’ispettore di polizia Salvatore Colangelo, imputato: «Grazie a Colangelo, che ebbe contatti con Cantagallo subito dopo l’avvio delle intercettazioni e non fece rapporto se non più di un mese dopo, abbiamo avuto la certezza che Cantagallo sapesse dell’indagine». Una fuga di notizie, per Zupo, passata anche dai contatti di Di Pentima con i vertici della banca Carichieti.
Ad ascoltare la deposizione di Zupo, seduta accanto al pm Gennaro Varone, anche il procuratore aggiunto Cristina Tedeschini. In aula, il dirigente della Mobile Pierfrancesco Muriana e gli agenti della sezione Criminalità organizzata autori dell’indagine sul presunto malaffare al Comune di Montesilvano. Al termine della deposizione, fuori dall’aula 1, Zupo ha pianto ed è stato abbracciato dai poliziotti: «È stata una testimonianza sofferta», ha commentato, «ma io non potevo mancare perché sono stato il capo di questi uomini coraggiosi, eroi, che hanno pagato con me un prezzo altissimo. Io ho subìto il peggio: sono torturato da sei anni, non c’è posto in cui io vada e non arrivino lettere anomine. Su Internet, poi, non c’è traccia dei nemici potenti che mi sono fatto, ma resta questa storia sporca».