Sugli impianti a rischio-chiusura polemica con Marchionne
ROMA Bufera Marchionne. Piomba sul negoziato della riforma del lavoro denunciando che l’articolo 18 scoraggia gli investitori e poi ce l’abbiamo solo noi; dice che Susanna Camusso si sovraespone sui media ma poi non parla con il gruppo, meglio Epifani; che con il leader della Fiom, Maurizio Landini, è difficile dialogare al contrario del suo predecessore, Gianni Rinaldini. Annuncia che due dei cinque stabilimenti italiani potrebbero chiudere se i risultati fossero insoddisfacenti. Al Corriere della Sera, l’amministratore delegato di Fiat, offre giudizi ed esterna previsioni poche ore prima di inviare un telegramma ai tre operai Fiom di Melfi, licenziati e reintegrati appena ieri l’altro: non intendiamo avvalerci delle vostre prestazioni. Insomma, restate a casa. Altra bomba, non a scoppio ritardato come le inevitabili polemiche del dopo intervista, ma esplode, subito, nella tarda mattina mentre alcuni lavoratori dello stabilimento lucano stanno distribuendo volantini sulla sentenza che ha reintegrato i tre dipendenti.
Per Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli, i cancelli della fabbrica resteranno ancora sbarrati. Magari verrà loro concessa l’agibilità di una stanza sindacale come già avvenuto nell’agosto del 2010 all’indomani del primo verdetto di reintegro. Però non torneranno sulle linee. «Faremo del tutto per riportarli al lavoro anche agendo in sede penale - ha sottolineato il legale della Fiom, Lina Grosso - perché la Fiat come al solito non rispetta le sentenze. Certo si aprono scenari diversi». La Fiom si appellerà direttamente al presidente della Repubblica. Durissima la Cgil: «La Fiat non si smentisce mai. Non rispettare le sentenze è, ancora una volta, un esempio del suo cattivo rapporto con il Paese e con la Magistratura. Il gruppo torinese ha deciso di tenere aperto un conflitto che invece andrebbe sanato per il bene del Paese e della Fiat stessa». I tre operai percepiranno regolarmente gli stipendi maturati fino ad oggi e quelli successivi alla sentenza di ieri l’altro. In particolare, per quelli maturati sarà corrisposta la differenza tra il sussidio di disoccupazione e il salario dovuto.
Al di là delle preferenze personali e legittime per Epifani piuttosto che per Camusso, per Rinaldini piuttosto che per Landini, a ridare fiato alle polemiche è stato soprattutto il paventato rischio da parte di Marchionne di una possibile chiusura di due dei cinque siti italiani (Mirafiori, Cassino, Atessa, Melfi, Pomigliano). In pole position, in questo inquietante contesto, sarebbe l’impianto ciociaro. «Dichiarazioni ancora una volta preoccupanti», ha commentato il leader della Uilm, Rocco Palombella. Fiom e Ugl hanno chiesto all’azienda l’immediata convocazione per avere chiarimenti.
Poi l’inevitabile riferimento all’articolo 18. Per Marchionne frena chi vuole fare investimenti, meglio sarebbe tutelare le uscite in modo diverso. Inevitabile il contraccolpo a livello mediatico dell’affermazione. Per i sindacati si tratta di una pericolosa invasione di campo alla vigilia della ripresa del confronto sulla riforma del mercato del lavoro (giovedì) e rispetto a una trattativa che oggettivamente è in stallo e che l’altra sera ha perfino rischiato di saltare. Non dovrebbe fare grandi progressi almeno fino al 9 marzo, giornata in cui la Fiom scenderà in piazza. Archiviato per ora il confronto sull’articolo 18 (sarà l’ultimo degli argomenti), l’impasse è sulle risorse per l’ammortizzatore unico, immaginato dall’esecutivo, che dovrebbe andare a sostituire la mobilità e la gamma degli ammortizzatori vigenti. Se in cinque anni sono stati necessari 30 miliardi per tutelare 4,5 di dipendenti, ne servirebbero tanti, tanti di più per tutelarne 8 altri in aggiunta. Ed allora - dicono i sindacati - o si dovrebbero tagliare le prestazioni o si dovrebbero alzare i contributi per operai e aziende. La riforma non si può fare a costo zero. Avvertimento chiaro della Cgil: «Se il governo vuole scappare e fare da solo, noi non glielo lasceremo fare».