ROMA. «L’articolo 18 dello statuto dei lavoratori è una norma di civiltà inderogabile il cui valore va oltre la tutela del licenziamento ingiustificato». Il direttivo della Cgil ribadisce il no alla modifica dell’articolo 18 e approva con una maggioranza bulgara del 90% la linea di Susanna Camusso. Vogliamo un accordo serio, dice la numero uno della Cgil, ma la riforma del mercato del lavoro non si può fare senza sciogliere il nodo delle risorse, soprattutto sugli ammortizzatori sociali. A 24 ore dal rapporto Eurostat sugli stipendi italiani, fanalino di coda delle retribuzioni in tutta l’Eurozona, i sindacati sfidano il governo a ridurre le tasse sui salari e a lasciar perdere la questione dell’articolo 18. «Sfidiamo il governo ad aprire una discussione chiara e trasparente perchè non si giustifica che i nostri salari siano più bassi di quelli di Cipro e della Grecia», avverte Raffaele Bonanni. Per il segretario della Cisl «è venuto il momento di dire che il sistema italiano è in ginocchio». A due giorni dal nuovo tavolo governo-parti sociali sulla riforma del mercato del lavoro la strada per l’accordo è ancora in salita. I nodi sono sempre gli stessi: la riforma dell’articolo 18 e quella degli ammortizzatori sociali. Il ministro del Welfare Fornero mercoledì, alla vigilia del tavolo, incontrerà Monti per fare il punto della situazione. Ma sul tema del lavoro è a rischio la coesione della maggioranza. E nel Pd è di nuovo polemica tra Pier Luigi Bersani e Pietro Ichino che ha accusato sul suo blog il segretario del Pd di aver trasformato il partito nella cinghia di trasmissione della Cgil. «Ma quale cinghia di trasmissione della Cgil, il Pd è un partito politico, non un sindacato e non siamo il volano di nessuno», ribatte Bersani.