Il premier si presenta a sorpresa in commissione: il no profit ha un valore sociale
ROMA - A palazzo Chigi temevano una pioggia di ordini del giorno e sub-emendamenti. Così, per fermare l’assalto prima che scattasse, Mario Monti si è presentato a sorpresa in Senato. Segnando un record, quello di primo presidente del Consiglio a riferire in una commissione in sede referente. E per dire ciò che tutti (o quasi) attendevano: «Sulle scuole cattoliche è necessario precisare. Sono esenti dall’Ici quelle che svolgono attività secondo modalità non commerciali». Poi, con un filo d’ironia per la grande fibrillazione del week end: «Non è corretto chiedersi se le scuole in quanto tali siano esenti, bensì quali siano esenti e quali sottoposte alla disciplina» introdotta con l’emendamento al decreto liberalizzazioni. «La risposta è univoca, sono esenti quelle che svolgono la propria attività in modo concretamente non commerciale». Risultato: l’emendamento è stato votato all’unanimità. Lega compresa.
Da tecnico qual è, il premier, accompagnato dal sottosegretario alla presidenza Antonio Catricalà, prima del voto ha indicato i «parametri» per considerare non commerciali le scuole «senza pregiudizi ideologici»: «L’attività paritaria è valutata positivamente se il servizio è assimilabile a quello pubblico», in particolare sul piano dei programmi scolastici, dell’applicazione dei contratti nazionali e su quello della «rilevanza sociale». Inoltre il bilancio dovrà essere «tale da preservare in modo chiaro la modalità non lucrativa». Quindi «l’eventuale avanzo sarà destinato all’attività didattica». «La materia non era facile», ha poi aggiunto Monti, «non è mai stata affrontata in molti anni pur essendo vista come tema opportuno da chiarire. Spero il governo sia riuscito a definire questa delicata materia in modo da metterla al riparo in futuro da polemiche».
Visto che c’era, il professore ha difeso una volta di più il decreto liberalizzazioni: «Trasuda finalità economiche e sociali per liberare l’economia da vincoli che ne hanno impacciato la crescita». E ha fatto sapere che la norma sull’Ici per la Chiesa «è stata informalmente sottoposta alla Commissione Ue per avere conferma, sempre in via informale, che la procedura di infrazione sia chiusa. Non vorrei destabilizzare questo meccanismo». Per chiudere con un elogio del no profit accompagnato da un avvertimento: «E’ un’attività troppo seria e importante per la nostra collettività perché possiamo permetterci, in nome del no profit, comportamenti che non sono in linea con esso e che si dissimulino nella realtà sottraendo risorse preziose attraverso esenzioni fiscali indebite». Ancora: «Ritengo infatti corretto e doveroso riconoscere che proprio le attività non commerciali svolte dalle organizzazioni no profit assumono un ruolo centrale anche in termini di coesione sociale e rispondono direttamente ai principi costituzionali di solidarietà e di sussidiarietà, cardini essenziali dell’ordinamento giuridico italiano. Non è quindi intenzione del governo disconoscere il patrimonio che connota il settore del no profit, ma proprio per evitare critiche ingiustificate da un lato e interpretazioni riduttive dall’altro, si ritiene necessario definire con assoluto rigore, trasparenza e linearità l’esatto confine tra attività commerciali e attività non commerciali». Monti ha quindi spiegato che la procedura di infrazione da parte dell’Unione europea può rientrare «se gli enti non commerciali» che beneficiano dell’esenzione Ici, «sono individuati attraverso un doppio criterio, soggettivo e oggettivo: il primo, è la natura e il fine non lucrativo perseguito dagli stessi enti, il secondo è lo svolgimento da parte dell’ente di attività al di fuori del regime della libera concorrenza».
C’è da dire che l’intervento di Monti ha fatto un mezzo miracolo. Per una volta sul premier sono piovuti solo apprezzamenti. Quello dei vescovi: «Le parole del presidente vanno nella direzione giusta, non ha senso tassare attività che hanno chiara rilevanza pubblica e sociale», ha detto Gianni Ambrosio, presidente della Commissione episcopale per l’educazione cattolica, le scuole e le università. E quello dei partiti, dal Pd con Beppe Fioroni («I dubbi sono fugati»), al Pdl con Maurizio Gasparri («Intervento importante e utile»), al Terzo Polo con Pier Ferdinando Casini: «Tutto come previsto, chi fa un esercizio commerciale deve pagare, chi fa un'azione a favore della comunità e delle famiglie è giusto che sia esentato».
Niente sconto per gli alberghi, agevolati cinema e mense
Il criterio del profitto si applica anche alle altre attività
ROMA Scuole paritarie sì, alberghi no, cliniche forse, a certe condizioni. I tre criteri indicati da Mario Monti per gli istituti scolastici sono tratti da una circolare del 26 gennaio 2009 del ministero delle Finanze che si occupa anche di attività di altro tipo, tra quelle elencate dalla legge e tipicamente gestite dalla Chiesa o comunque da enti no profit. Se quindi la scelta del governo è attenersi alle linee guida specificate in quel provvedimento, anche per altre realtà si aprirebbero spiragli ai fini dell’esenzione dall’Ici/Imu. D’altra parte nello stesso intervento del premier si ricorda che «non si tratta di circoscrivere la chiarificazione ad uno specifico settore, quale quello scolastico».
La svolta decisa dal governo, in ossequio alle richieste dell’Unione europea, non tocca in effetti la valutazione concreta del carattere commerciale della struttura. Semplicemente chiarisce che l’attività deve essere svolta con modalità non commerciali e restringe l’applicazione dell’agevolazione agli immobili interamente dedicati a questo tipo di attività, disciplinando i casi di utilizzo misto delle superfici. Insomma se nello stesso palazzo si svolgono attività di tipo diverso, con le nuove regole sarà esente solo la porzione effettivamente usata non a fini di lucro. Ma resta da verificare caso per caso se la finalità di lucro ci sia o meno: e qui intervengono i criteri elencati dalle Finanze.
Per le attività di tipo assistenziale il discrimine è dato dal fatto di essere in convenzione con un ente pubblico, oppure dal fornire prestazioni gratuite o comunque con un corrispettivo tale da non generare un utile. Insomma una mensa dei poveri rientra pienamente nell’esenzione. Per quanto riguarda la sanità, la circolare definisce attività non commerciali quelle accreditate o convenzionate con la Regione e con prestazioni «non orientate alla realizzazione di profitti». È probabile che su questo specifico ambito si renda necessario qualche ulteriore chiarimento. Ci sono poi le attività ricettive. Qui la situazione sembra un po’ più chiara: in base ai criteri della circolare sono esclusi gli alberghi, perché le strutture non devono essere aperte al pubblico generico, ma solo a determinate categorie come gli appartenenti ad una parrocchia, e inoltre non possono essere aperte tutto l’anno, ma solo in particolari periodi. Anche le rette devono essere inferiori ai prezzi di mercato. Dell’ambito culturale fanno parte musei, cinema e teatri. Per i primi, è ammesso il pagamento di un biglietto ma non devono essere presenti punti vendita di libri e oggetti, oppure caffetterie. Saranno poi ammessi all’esenzione i cinema parrocchiali e quelli, di proprietà di enti no profit, in cui si proiettano film di carattere esclusivamente culturale, oppure per ragazzi. Quanto ai teatri, devono avvalersi esclusivamente di compagnie non professionali.
Infine, lo sport: la circolare specifica che l’esenzione va riconosciuta agli immobili in cui si svolgono attività sportive svolte da associazioni senza fini di lucro, affiliate alle federazioni. Ma l’attività deve essere organizzata direttamente: sono escluse ad esempio le strutture nelle quali vengono semplicemente dati in affitto campi da tennis o da calcio. In tutti i casi, resta valido il requisito «soggettivo» richiesto dalla legge, ossia il fatto che gli immobili dove si svolgono le attività individuate siano utilizzati da enti non commerciali.