ROMA - Via libera dalla commissione Industria del Senato al decreto liberalizzazioni del governo. Oggi il provvedimento approderà nell’aula di Palazzo Madama. Taxi, farmacie e banche i nodi più importanti sciolti in una giornata in cui la maggioranza che sostiene Monti sembra aver raggiunto un accordo politico molto solido. Già la scorsa notte, la commissione aveva approvato l'emendamento che prevede l'istituzione di 20 tribunali delle imprese su tutto il territorio. Un assaggio prima della giornata di ieri. Che ha vissuto la sua svolta in tarda mattinata. Quando la relatrice al decreto, la pidiellina Simona Vicari, ha annunciato, una volta per tutte, che saranno i Comuni a decidere sulle licenze dei taxi. E che il parere dell'Authority sarà obbligatorio ma non più vincolante. Una soluzione giudicata «equilibrata» e dunque benedetta anche dal presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella. Certo, nel testo c’è scritto che se il parere fosse disatteso si potrà sempre ricorrere al giudizio del Tar. Ma la vittoria dei tassisti e degli enti locali, in lotta da settimane per tenersi il potere, appare netta.
Da lì in avanti la giornata è andata via liscia. Con qualche eccezione di rilievo. Sorprese amare soprattutto per i farmacisti. Vale a dire l’altro nodo importante da sciogliere. Qui l’accordo raggiunto nel primo pomeriggio, che stabilisce la possibilità di apertura di una farmacia ogni 3.300 abitanti, ha scatenato un bel po’ di mal di pancia nel settore. Il governo parla di 5 mila nuovi potenziali esercizi. Ma il fuoco di sbarramento di Federfarma è stato immediato. Annarosa Racca, presidente dell’associazione, ha tuonato affermando che «la riforma non favorisce lo sviluppo del settore» e denunciando che «si è andati verso il concetto di farmacia vista come un esercizio commerciale». Un malumore al quale ha fatto da contraltare l’esultanza delle Parafarmacie, che incassano per il futuro la possibilità di vendere i farmaci di fascia C. A metà pomeriggio, la mano del vicepresidente del Pd al Senato, Luigi Zanda, ha ridimensionato la Protezione Civile: i grandi eventi non saranno più di sua competenza. La commissione Industria del Senato contava sul parere favorevole del governo. «È un buon risultato per la tutela del settore appalti – ha esultato Zanda – e per la limitazione dell'utilizzo improprio delle procedure di secretazione di contratti, opere, servizi e forniture». Benedizione bipartizan, da Gasparri a Finocchiaro, per l’introduzione del rating di legalità per le imprese in sede di concessione di finanziamenti pubblici e di accesso al credito bancario. Il balzello sulle grandi società che servirà a finanziare l'Antitrust è stato fulminato da Emma Marcegaglia. Il contributo chiesto alle imprese (lo 0,08 per mille del fatturato delle società con ricavi superiori ai 50 milioni di euro ) non appare un fardello insostenibile. «E’ esiguo – ha infatti riconosciuto in serata il presidente di Confindustria – ma negli altri Paesi si paga con soldi pubblici» ha tagliato corto. Qualche ora prima, un disteso Paolo Scaroni aveva invece parlato di «scelta logica» rassicurando il governo sull’altra partita cruciale: la separazione di Eni da Snam. «Immaginavo che avremmo avuto 24 mesi di tempo e invece sono solo 18 ma cercheremo di farlo» ha detto l’ad di Eni. Diffusi malumori nel mondo bancario. Un emendamento di Anna Rita Fioroni (Pd) al decreto impone la «nullità di tutte le clausole che prevedano commissioni a favore delle banche a fronte della concessione di linee di credito». Una cosa presa quasi come una provocazione dagli istituti, già sul piede di guerra per il fatto di non poter più incassare un euro sui conti correnti dei pensionati sotto i 1.500 euro. «Il governo non può chiedere alle banche di fare servizi gratuiti, si snatura la dimensione d’impresa bancaria» ha tuonato il presidente dell'Abi, Giuseppe Mussari. Redarguito a stretto giro dal relatore del testo sulle liberalizzazioni, Filippo Bubbico.