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Pescara, 09/04/2026
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Data: 29/02/2012
Testata giornalistica: Il Centro
Indennità, la Regione rischia di pagare 30 milioni. Interrogazione di Acerbo (Rc): è una Caporetto giudiziaria che la giunta vuole lasciare

Tre giudici danno ragione ai dipendenti, l’assessore Carpineta convoca un vertice

PESCARA. L’assessore regionale al Personale la chiama «anomalia tutta abruzzese figlia di un meccanismo perverso». Per i giudici è più semplicemente e senza troppi giri di parole, un diritto. Un diritto che per i dipendenti della Regione può valere dai 10 ai 30 milioni di euro. Tanto valgono i ricorsi per il riconoscimento dell’ indennità agganciata all’anzianità di servizio.
Il paradosso di questa storia che, come ripete l’assessore Federica Carpineta è tutta abruzzeze, è che la Regione, così come si sono messe le cose, ha buone possibilità di pagare l’indennità per milioni di euro ai propri dipendenti. Più le sono stati fedeli, più corre il rischio di riempirli di soldi. Secondo infatti tre diversi giudici del lavoro (di Pescara, Sulmona e L’Aquila) la Regione deve riconoscere ai dipendenti la perequazione della Ria, retribuzione individuale di anzianità, inserita nei contratti poco prima che si insediasse l’amministrazione Del Turco.
I ricorsi accolti dai giudici - pare che siano già un centinaio quelli seguiti dagli avvocati Valentina Bravi e Piergiorgio Mancinelli per conto della Cisl - cominciano a preccupare la Regione (assistitita dall’avvocato Massacesi) perché possono spingere altri dipendenti (finora indecisi) a presentare ricorso e quindi a dare la stura ad altre sentenze. E’ vero che siamo solamente al primo grado di giudizio, ma il fatto che a esprimersi favorevolmente agli impiegati siano stati tre giudici diversi lascia alquanto perplessi. «I tre giudici hanno adottato formule diverse e questo lascia spazio alla giurisprudenza», si lasciano sfuggire all’assessorato sollevando un velo di ottimismo.
L’assessore Carpineta ieri ha voluto incontrare avvocati e dirigenti per fare il punto della situazione e decidere che cosa fare: andare avanti con le cause o tentare di giungere a un accordo bonario? «La giunta regionale aveva dato la disponibilità a transare ed aveva avviato un tavolo di trattativa con i rappresentanti sindacali, se questa possibilità non c’è stata vuol dire che non c’è la disponibilità a transare da parte dei sindacati», è il ragionamento che segue Federica Carpineta. I sindacati non sono d’accordo e imputano alla Regione le responsabilità sul mancato accordo. «Il silenzio è stato “assordante”, anzi è stato riscontrato un atteggiamento ondivago e si è passati da un parvenza di disponibilità a trovare soluzioni transattive ad una maldestra decisione di abrogare la norma che garantiva la perequazione sulla quale sono fondati i ricorsi», annotano Valentina Bravi e il segretario regionale funzione pubblica Cisl Vincenzo Traianello.
E contro la Regione c’è anche il precedente dei ricorsi vinti dai suoi dirigenti sempre sul diritto alla perequazione. A nulla servì proporre appello e, successivamente, il ricorso per Cassazione: solo le spese legali aumentarono. Curioso fu poi che toccò agli stessi dirigenti avvisare l’assessorato che la Ria poteva essere riconosciuta anche dagli impiegati e che occorreva una legge per modificarla.
«Sarebbe irrazionale proseguire il contenzioso legale, è lecito il sospetto che questo perseverare nel contenzioso fino alla Cassazione, che già si è espressa sul caso, serva solo a rinviare la patata bollente alla prossima giunta che si ritroverà una bomba a orologeria tra le mani», è l’interpretazione politica che dà il consigliere regionale Maurizio Acerbo (Rifondazione) che annuncia un’interrogazione: «Voglio chiedere al governatore Chiodi e alla Carpineta se non ritengano saggio addivenire a un accordo e se hanno proceduto a una quantificazione di quanto costerà alla Regione questa Caporetto giudiziaria».

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